25 APRILE – IL CONTRIBUTO DETERMINANTE DEI SOCIALISTI ALLA LIBERAZIONE DEL PAESE

di Rosario Naddeo

Il contributo determinante dei socialisti alla Liberazione del Paese sia sul campo di battaglia nella Resistenza ai nazifascisti che sul fronte politico e istituzionale per l’affermazione della democrazia e la nascita di un governo repubblicano.

L’Italia era nel pieno del secondo conflitto mondiale, quando il 25 agosto del 1943 si ricostruisce faticosamente il Partito socialista con uno Statuto provvisorio che da vita al Partito socialista di unità proletaria, nato dalla fusione del Partito socialista italiano e del Movimento di unità proletaria. Il primo era formato dai socialisti rimasti in Italia a combattere il fascismo, come Morandi, Basso, Lizzadri, Mondolfo e dagli esuli rientrati via via nel paese come Nenni, Pertini e Saragat, il secondo era composto dai gruppi di Milano con Bonfantini, Basso e Fabbri e di quello di Roma, di cui facevano parte Zagari, Corona e Vassalli. A loro si unirono anche ex dirigenti comunisti come Ignazio Silone.
Vecchie e nuove generazioni di socialisti si confrontano e si fondano nella neo formazione politica. L’atto costitutivo avvenne con una storica dichiarazione politica intesa a portare all’unità della sinistra: “Il PSI intende realizzare la fusione dei comunisti e dei socialisti in un unico partito sulla base di una chiara coscienza delle finalità rivoluzionarie del movimento proletario”. Per avviare dunque questo percorso che avrebbe dovuto portare all’unità e per coordinare le direttive e le attività dei due partiti, il PSI aveva stretto col PCI un apposito trattato. Una vocazione a riunire la sinistra di Pietro Nenni e dei socialisti dell’epoca che poi i fatti del dopoguerra non vedranno mai premiata.

L’impegno dunque sul campo di battaglia per giungere alla liberazione del paese nelle file partigiane e con il determinante contributo degli esuli, non aveva mai fermato l’attività politica dei socialisti che riprese con gran ritmo soprattutto dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943, quando nelle regioni liberate dai nazifascisti e poste sotto il controllo alleato, si dava un concreto impulso alla stessa ripresa civile e amministrativa di quella parte d’Italia ritrovata.

Pietro Nenni e Sandro Pertini al termine di un’assemblea del PSIUP
Pietro Nenni ascolta le notizie alla radio

Restava da liberare il nord del paese e qui, il ruolo dei socialisti fu determinante. L’attività clandestina aveva portato infatti alla costituzione della Brigata Matteotti a cui avevano aderito operai delle fabbriche ma anche borghesi ed intellettuali, tutti uniti da quello spirito socialista ed antifascista e posti sotto le direttive dei capi militari Sandro Pertini e Corrado Bonfantini a cui toccherà annunciare alla radio la liberazione della città di Milano. Inevitabilmente, si contarono anche innumerevoli perdite umane di compagni socialisti che avevano combattuto per ridare libertà all’Italia, tra i tanti, il padre del sindacalismo italiano Bruno Buozzi insieme ad altri dirigenti sindacali come Bentivogli, Ogliano e Fabbri. In molti intrapresero poi quel viaggio senza ritorno verso i campi di concentramento tedeschi come Sandro Recalcati, prima deputato e poi rappresentante del PSI nella Camera del Lavoro di Milano.
Pietro Nenni e il PSIUP furono determinanti in quel periodo nel delineare le scelte politiche della sinistra e all’interno del Comitato di liberazione nazionale. In primo luogo si ritenne necessario il contributo delle masse popolari alla guerra a fianco delle forze alleate ed era forte l’impegno per giungere alla costituzione di un governo che non fosse più emanazione della monarchia, ma diretta espressione dei partiti del Cnl. Quando però il Maresciallo Badoglio con la dichiarazione di guerra alla Germania del 10 ottobre del 43 invitò tutti i partiti a collaborare in nome dell’unità nazionale, il PSIUP oppose la sua contrarietà poiché la monarchia avendo prestato il fianco al fascismo, non poteva rappresentare un elemento di unità ma semmai di divisione. Di conseguenza per i socialisti un governo che vivesse dell’autorità della monarchia, non avrebbe avuto il necessario consenso popolare per poter sconfiggere i nazifascisti. Il PSIUP Insieme al Partito d’Azione, che vedeva tra i suoi fondatori Riccardo Lombardi, che in seguito aderirà al PSI, tanto da diventarne uno dei maggiori protagonisti del dopoguerra, era dell’avviso che tutto il potere venisse concentrato in seno al CNL nell’ambito dell’amministrazione alleata. Al Comitato di liberazione nazionale andavano quindi concessi tutti i poteri di salute pubblica e, che dunque, della vertenza istituzionale, si sarebbe dovuto riparlare a Costituente avvenuta, ovvero dopo la liberazione e la riunificazione dell’intero paese.
Questa linea però dovette fare i conti con gli equilibri internazionali all’interno della coalizione anti nazista tra Stati Uniti, Inghilterra ed Unione Sovietica, che fecero prevalere la tesi sposata da Togliatti con la svolta di Salerno, che attuava una sorta di compromesso tra monarchia e partiti antifascisti, questi ultimi facevano cadere la pregiudiziale contro Badoglio mentre il sovrano da parte sua accoglieva la richiesta di una luogotenenza a favore del figlio Umberto una volta liberato il paese.
Si entrava di fatti nella logica della contrapposizione est-ovest degli accordi di Yalta.
La questione della scelta di campo era stata molto dibattuta all’interno del Partito socialista anche in quelle regioni meridionali, come la Campania, dove si stavano ricostituendo le file. Proprio a Napoli il 20 dicembre del 43 si tenne la Conferenza nazionale del PSI con le relazioni di Porzio sul piano politico, Cacciatore sugli aspetti economici, di Laricchiuta sui temi sindacali, di Sansone riguardo all’organizzazione e di Ardengo per la propaganda. Al termine dei lavori venne approvato un ordine del giorno a firma Gaeta-Cacciatore in cui si affermava che la questione istituzionale era rivolta per i socialisti, fin dalla fondazione, in senso repubblicano e ritenuto che al popolo lavoratore premesse un governo che riorganizzasse il paese in senso socialista, si dava mandato alla direzione del partito di stabilire il programma di azione governativa e le modalità di una realizzazione di intesa con gli altri partiti di massa. A quell’epoca i comunisti erano su una posizione rigorosa e intransigente per poi cambiare opinione con il ritorno di Togliatti spalleggiato dall’URSS e che diede invece vita alla svolta di Salerno.
La linea dei socialisti meridionali dunque contrastava con quella del resto del paese me nei fatti anticipava quanto sarebbe poi avvenuto. La cosa venne dibattuta anche al congresso di Bari del CNL del 28 e 29 gennaio del 44 quando Lizzadri con una lettera di Nenni ribadiva la linea intransigente dei socialisti che doveva portare all’Assemblea costituente e quindi alla decadenza della monarchia con la proclamazione della Repubblica.
Ma una buona parte dei socialisti del sud era ancora convinta delle proprie tesi ribadite il 21 marzo del 44 in una Direzione meridionale del partito convocata dallo stesso Lizzadri che, vistosi in minoranza, preferì rinviare la decisione al Consiglio nazionale. E un telegramma dello stesso Nenni poneva fine alla disputa, ribadendo la posizione intransigente. Nel frattempo giungeva a Salerno Togliatti chiamato a sua volta a modificare l’atteggiamento dei comunisti, una mossa che ridava vigore ai socialisti meridionali che ora acquisivano maggiore spessore nei confronti del partito a livello nazionale, tanto che lo stesso Lizzadri si schiererà con la direzione meridionale e risulterà insieme a Pietro Mancini, Laricchiuta, Di Napoli e Albenga, primo firmatario di un ordine del giorno del CNL svoltosi a Napoli il 15 aprile del 44, approvato all’unanimità, che deliberava la partecipazione dei socialisti al governo rinviando la questione istituzionale a liberazione avvenuta.
Nel frattempo veniva liberata la capitale e dalle pagine dell’Avanti il 15 maggio del 44 si poteva leggere la risposta alle scelte dei socialisti meridionali: ”La presidenza Badoglio e l’investitura regia fanno pesare sul nuovo governo influenze reazionarie che la democrazia italiana deve eliminare”. Nella nota si criticava lo stesso atteggiamento del PCI sottolineando come “la ginnastica delle svolte non conviene all’igiene d’azione e i socialisti non possono accettare il metodo che consiste nel sostituire gli ordini dall’alto alle esperienze dal basso”.
Il Governo Badoglio durò poco, al Maresciallo successe Ivanoe Bonomi che rimetteva il suo giuramento stavolta nelle mani del popolo, mentre nel PSI quella duplice linea nazionale e meridionale troverà una unitarietà delle posizioni col quarto congresso nazionale del partito che si tenne proprio a Napoli nel settembre del 44, con Pietro Nenni che ribadì con forza nella sua relazione la questione istituzionale di tipo repubblicana, parlando di cause contingenti che avevano obbligato ad un compromesso, che pesava sulle coscienze ma che comunque si era giunti ad ottenere la Costituente. Era maturo il tempo di creare dunque “una democrazia italiana e cioè una repubblica italiana”.

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