IL REGNO RITROVATO E PERDUTO – I BORBONE ( 1734-1860 ) DI ANTIMO MANZO E ITALO TALIA.

IL REGNO RITROVATO E PERDUTO

Nelle prossime settimane sarà edito da Diego Guida Editore il saggio “Il regno ritrovato e perduto – I Borbone (1734-1860)” di Antimo Manzo e Italo Talia. Gli stessi autori hanno pubblicato nel 2014 “Il tempo e la storia – dai Normanni agli Aragonesi” (ediz. Pironti) e nel 2017 “Il barone dimezzato – il periodo dei Viceré” (ediz. Diego Guida).

Redazione: Non mancano libri di storia su Napoli e Mezzogiorno. I vostri saggi che cosa aggiungono?

Manzo: Abbiamo cercato di ricostruire i processi di formazione di ceti e classi sociali e i loro rapporti con le diverse monarchie che, per circa settecento trenta anni, si sono succedute nel Mezzogiorno d’Italia. Si è sottolineata la mancata crescita di una rete di comuni, di autonome realtà politiche locali con la conseguente mancata formazione di un capitale sociale, costituito da coese e diffuse identità civiche. Una situazione determinata dagli effetti disgreganti di un esteso e ramificato regime feudale e dalla presenza di monarchie straniere che hanno cercato, senza riuscirvi, di dar vita a un assetto politico-istituzionale accentrato e unitario. Un processo storico in contro tendenza rispetto a quanto, nello stesso periodo, accadeva nel resto della Penisola, con il fiorire dei Comuni e delle Signorie.

Talia: Più precisamente, abbiamo evidenziato in che modo la frammentazione del potere politico ed economico tra monarchia, feudalità e clero ha reso asfittico e debole il Mezzogiorno, aggravando la disgregazione del territorio e dei luoghi e l’isolamento delle varie comunità. Di qui la permanenza di aspetti di lungo periodo della società meridionale: il parassitismo nobiliare, lo squilibrio tra Napoli e le province, l’impoverimento della campagne, un mondo contadino “affamato” di terre e oppresso dal potere baronale, la debolezza della nascente borghesia che, stretta tra nobiltà e regnanti, sceglie la subalternità e la marginalità politica.

Redazione: Quali sono, allora, gli elementi presenti nei saggi a supporto della vostra originale ricerca?

Manzo: Abbiamo dettagliato l’organizzazione istituzionale e burocratica di governo, il sistema fiscale e la situazione delle finanze centrali e locali cioè i fattori principali che hanno modellato i caratteri dell’economia e della società meridionale, la formazione di ceti imprenditoriali, delle professioni e delle categorie intermedie, commercianti e artigiani.

Talia: Un elemento particolare della nostra ricerca è rappresentato dalla sottolineatura che quasi sempre la realtà meridionale non è stata univoca, al di là della specificità siciliana che può essere considerata una storia a sé. Si scorgono, cioè, differenziazioni, eccezioni, particolarità, che movimentano l’uniformità del quadro. Ci sono state forze che, malgrado l’oppressione fiscale e i vincoli doganali, dimostrano capacità imprenditoriali significative. Una vivacità, o meglio una “capacità ad esserci”, che non diventerà, però, quasi mai una risorsa da coltivare.

Redazione: E veniamo all’ultimo saggio, quello sui Borbone. Ancora oggi i giudizi su quel periodo sono diversi: dai detrattori ai nostalgici. Voi come vi considerate?

Manzo: Non apparteniamo a nessuna delle due categorie. Abbiamo cercato di rappresentare, sempre in coerenza alla nostra impostazione di ricerca, in che modo questa monarchia ha affrontato i problemi di modernizzazione del Mezzogiorno. Non a caso, per cogliere meglio questi aspetti, abbiamo ricostruito quattro fasi della presenza borbonica. La prima, che corrisponde prevalentemente con la presenza del re Carlo (III): il “tempo eroico” e delle riforme. La seconda, con il regno di Ferdinando IV che abbiamo chiamato dal “meriggio al tramonto” La terza, con i Borbone rifugiati in Sicilia, che corrisponde prevalentemente al decennio dei re napoleonidi. Infine la quarta, quella dell’epilogo. Quattro fasi in cui il disegno riformatore dei Borbone, sostenuto e gestito da importanti intellettuali e studiosi dell’epoca si indebolisce anche per le resistenze della feudalità e nobiltà meridionali. L’intreccio tra l’insuccesso delle riforme, ostilità internazionali e illusioni isolazioniste determina la fine di una monarchia che, forse, non aveva capito l’evolversi dei tempi, mancando al grande appuntamento della formazione dei nuovi stati nazionali in Europa.

Talia: In sintesi, con la dinastia borbonica l’assolutismo regio si rivela troppo debole per potere attuare, malgrado i tanti e nobili tentativi dei riformisti napoletani, una coerente e efficace politica anti feudale. Al tempo stesso è troppo forte per opporsi, con successo, alle spinte innovative di una borghesia agraria e delle professioni che chiede di partecipare alla gestione della cosa pubblica. D’altronde, permane l’ambiguità di larga parte dei ceti intermedi nel sostenere la modernizzazione della realtà meridionale: ceti nati all’ “ombra del feudo”. In effetti, questi ereditano la mentalità, un comportamento di tipo feudale ed anche la necessità della salvaguardia dell’immobilismo delle gerarchie sociali. La loro massima ambizione politica si focalizza sul controllo delle amministrazioni comunali, in competizione con il nuovo ceto borghese delle campagne, impedendo la formazione di amministrazioni pubbliche autonome e competenti.

Redazione: Ci piacerebbe sapere un po’ di più sul pensiero dei riformisti napoletani dell’epoca.

Manzo: Con l’arrivo dei Borbone, il governo del regno si avvale del sostegno del “partito degli intellettuali” ispirato da Antonio Genovesi, “partito” che ha raggiunto la sua più alta espressione culturale e maturità, non solo in Italia, ma anche a livello europeo. Espulsa o ridimensionata la nobiltà negli alti incarichi ministeriali, incomincia, usando un termine di moda, il governo dei tecnici. Il nodo centrale della politica economica era il superamento del sistema feudale, pur consapevoli che esso rappresentava l’ossatura di tutta l’organizzazione istituzionale, amministrativa e giudiziaria in gran parte del Mezzogiorno. Intorno a questo nodo si formano e operano due scuole di pensiero. La prima  più legata a problemi maggiormente concreti e immediati. Altrettanto antifeudale, ricerca i mezzi specifici per abbattere la giurisdizione baronale e si occupa anche di problemi finanziari cogliendo tutta l’importanza del credito nello sviluppo economico. E’ costituita da un folto gruppo di personalità, anche impegnate nella pubblica amministrazione, che vede nelle riforme la strada più concreta e praticabile per modernizzare la realtà meridionale

Talia: La seconda, “più utopistica e feconda insieme” costituisce il più bel frutto del Settecento meridionale creando tutta un’ideologia diretta contro il feudalesimo, sospinta da una vigorosa volontà di libertà e di eguaglianza e nutrita da tutta la cultura del tardo illuminismo francese. Anche a seguito dei deboli risultati raggiunti nel campo delle riforme, intravedono nel ribaltamento dell’intero ordine politico-istituzionale l’unica possibilità di soluzione dei problemi meridionali. Entrambi i modi, in fin dei conti, si dimostrano inconcludenti per le forti resistenze al cambiamento presenti in larga parte della società  e non solo da parte dei governanti. Ciò che accomuna i due filoni è la loro solitudine. Ed è forse questo il tratto costante degli intellettuali meridionali, quando non degenera nell’opportunismo o nel velleitarismo di maniera.

Redazione: In conclusione, si possono trarre indicazioni per il presente e il futuro del Mezzogiorno?

Manzo: Non abbiamo voluto fare parallelismi tra passato e presente, però ci sembra che non manchino spunti. Ritorna con forza quella che abbiamo chiamato la “questione per i meridionali”, cioè in che modo vogliono essere protagonisti e responsabili delle proprie scelte di vita. Più precisamente, quali domande politiche e culturali il Mezzogiorno pone nelle condizioni attuali e nei confronti delle incertezze che il futuro sembra riservare? E istituzioni e gruppi dirigenti come intendono impegnarsi? Diversi eventi storici, su cui ci siamo soffermati,  ci ricordano anche gli esiti negativi dell’attesa di uno straniero “illuminato e disinteressato” oppure i fallimenti del velleitarismo rivoluzionario. Ci ricordano che “non c’è sempre un lieto fine” e che non vero che ciò non dipende anche da noi.

Talia: Il Mezzogiorno deve reinventarsi una sua propria via allo sviluppo, che si intravede, ma di cui sono stati percorsi solo alcuni primi passi e che comunque richiede, per proseguire, una classe dirigente all’altezza della sfida che unificazione dei mercati e competizione economica richiedono. Cosi come nell’attuale crisi del modello unitario dello Stato italiano, ci si deve chiedere se non bisogna puntare sulla cellula prima di ogni sviluppo, la comunità locale, che strozzata lungamente prima dal feudalesimo, poi dallo Stato accentratore e infine dal nuovo regionalismo nato negli anni Settanta, può (forse, se adeguatamente assistita) produrre un miglioramento professionale della classe dirigente meridionale. Per tale via è auspicabile anche il superamento di un’economia che intercetta, come dal più lontano passato a quello più vicino, le rendite ricavabili dalla spesa pubblica, che prenda piede e si diffonda una classe dirigente tale per merito, non “dissociata dalla produzione” e non generata dall’assistenzialismo. E’ vero, e lo abbiamo ripetuto più volte, che il divario italiano affonda nella storia, ma è anche vero che oggi, mutate alcune condizioni strutturali, dipende dalle attuali capacità amministrative: non solo quantità di risorse, ma soprattutto capacità e efficienza con cui le risorse vengono impiegate.

Gli autori:

Antimo Manzo, già dirigente sindacale, esperto di sviluppo territoriale e finanza locale.

Italo Talia,  già professore ordinario di Geografia urbana e Politiche urbane presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II

Lascia un commento