CAMPIDOGLIO : IL COVID CAMBIA GIOCOFORZA LE REGOLE DELL’ ECONOMIA, DEL SISTEMA PRODUTTIVO, DEGLI AMORTIZZATORI SOCIALI E DEL MERCATO DEL LAVORO

Al Ted talks, le conferenze organizzate dal Technology Entertainment Design del 2014 si presentò sul palco Bill Gates con un grosso barile, che inevitabilmente attirò l’attenzione della platea. Quello era il barile che in piena guerra fredda il Dipartimento della Difesa Americana aveva consegnato alle famiglie statunitensi per aiutarle a sopravvivere, nel caso scoppiasse la tanto temuta guerra nucleare, al suo interno vi erano infatti provviste di acqua e cibo. Il filantropo americano portò quel bidone di latta per dire al mondo che non era più quella la principale minaccia del pianeta, ma minuscoli esseri, quali i virus che negli anni a venire, avrebbero colpito milioni e milioni di persone provocando un numero senza precedenti di vittime e, che dunque, bisognava attrezzarsi dirigendo sul versante della ricerca, della cura, della profilassi e soprattutto dei vaccini e dei farmaci, le attenzioni di governi, imprese e cittadini. Ci eravamo da poco lasciati alle spalle micidiali epidemie come la cov sars 2 ed una nuova e mortale forma di ebola, che furono però circoscritte in tempo, prima che prendessero il sopravvento sulla popolazione mondiale. In ogni caso il campanello d’allarme era stato lanciato, ma la sensibilità di stati, media ed opinione pubblica, non aveva percepito la gravità del fenomeno e di conseguenza, anche l’intervento di Bill Gates non riscosse grandi adesioni. Quando poi nel 2020 il mondo ha cominciato a fare i conti con il coronavirus, social, siti e giornali hanno ripescato il video di cinque anni prima, con l’intervento del padre di Microsoft, che nel migliore dei casi, da qualche buontempone, veniva accusato quasi di vestire i panni dello iettatore e, in altri, in maniera altrettanto fantasiosa, di far parte invece di una non ben identificata lobby che, con quella epidemia, voleva soggiogare il mondo. Molto più semplicemente Bill Gates aveva percepito e fatto suo il pericolo che stava marciando su di noi e invitava a correre ai ripari. non solo per evitare le gravi conseguenze sul piano della salute, ma anche sulle stesse attività economiche e finanziarie che reggono le sorti dei singoli stati nel sistema globale.
Nulla di più vero, sostiene a riguardo Pino Campidoglio, una vita spesa ad occuparsi dei problemi del lavoro, vestendo i panni di direttore generale di Italia Lavoro e dell’Agenzia del Lavoro, di Managing director presso l’Istituto di Studi per la direzione e Gestione d’impresa, di consulente del sindaco di Napoli e di segretario generale della UIL Campania. “Col covid – dice Campidoglio – i sistemi produttivi di tutti i paesi sono stati colpiti ed hanno dovuto interrompere la produzione e di conseguenza anche la ricchezza si è fermata ovunque. E rispetto ad eventi catastrofici del passato vi è ora una significativa e sostanziale differenza non da poco, ovvero, mentre con le guerre tradizionali le potenze vincitrici hanno addirittura avuto un incremento della produzione, con l’industria bellica che si è sviluppata in maniera abnorme, e hanno quindi avuto margini di utili con cui hanno asservito i paesi sconfitti, costringendoli a pagare i danni di guerra e mettere poi in moto la macchina della ricostruzione, con la pandemia si ferma invece tutto.
E sino ad ora le valutazioni degli esperti non sono andate oltre il ripartiremo passata la fase emergenziale, e grazie anche agli aiuti dell’Unione europea, supereremo così la crisi come avvenne dopo il 1929 con la recessione mondiale dopo il crollo della borsa americana.
Ma questo schema classico non è più applicabile con la pandemia, che senso ha infatti, riprendere l’attività produttiva, consci del fatto che prima o poi, innanzi ad una nuova ondata bisognerà fermarsi ancora ciclicamente”.
Occorre dunque porre dei correttivi agli schemi produttivi?
Dovrà cambiare la stessa idea dominante che il capitalismo ci ha portato ad avere in questi decenni, quella dello sviluppo progressivo dell’economia e della conseguente crescita costante che ogni anno impone ai singoli paesi di crescere dell’uno, del due, del cinque, fino all’incremento a doppia cifra raggiunto dalla Cina. Ora dovendo convivere, fare i conti, con questo virus ed altri che potranno colpirci in futuro, l’economia dovrà passare giocoforza ad un andamento a scalini. Produci, poi ti fermi per un periodo, riprendi e quindi ti fermi ancora e poi ricominci. L’economia non avendo più una curva e costante costringe le imprese ad organizzare i tempi della produzione in funzione di questi stop e start.
Questo impone anche una revisione dello stesso sistema degli ammortizzatori sociali che abbiamo conosciuto sino ad oggi? E dove trovare le risorse per farvi fronte. Il Paese potrebbe reggere ulteriori fasi di indebitamento finanziario così gravose?
Dovremo passare da una fase di scostamento di bilancio ad una di accantonamento delle risorse per far fronte ai periodi di maggior diffusione e letalità del virus. iIl modello del sistema previdenziale, oggi basato sul singolo che versa i contributi per poi essere sorretto in periodi di attività lavorativa, fino a godere poi della pensione, dovrà essere traslato sul piano generale, prevedendo accantonamenti delle imprese per i periodi di inattività. In pratica la cassa integrazione che oggi riguarda il singolo lavoratore va ripensata in termini generali per settori.
Questa potrebbe essere una risposta di tipo strutturale, piuttosto che proseguire lungo la via dell’utilizzo della forma di cig utilizzata ora e il ricorso a strumenti come i vari bonus che non risolvono il problema alla radice ma tamponano il presente.
In questo contesto così difficili, il timore è quello di ondate di licenziamenti una volta tolto il veto e terminata la cig ed un ricorso sempre maggiore al reddito e alla pensione di cittadinanza, che vede a marzo, Napoli valere quanto l’intero nord, per una spesa pari a poco più di 102 milioni di euro contro i 109 delle regioni settentrionali. Il tutto con un sistema di ricollocamento di coloro che hanno perso il lavoro che, ad oggi, nonostante proclami e tentativi di rigenerazione delle strutture, non pare essere in condizioni di reggere una prova così complessa.
Il reddito di cittadinanza sotto l’aspetto occupazionale si è rilevato un disastro e di conseguenza è uno strumento di mera assistenza e credo che, come sia stata rivista quota 100, occorrerà affrontare anche questo capitolo. Ma più in generale, va risistemata l’intera organizzazione dell’INPS, che accorpa a se, sia il versante previdenziale che quello assistenziale. Sul fronte invece della ricollocazione di chi ha perso il lavoro, anche qui una riflessione va fatta. Sono trascorsi infatti molti anni dalla Riforma Treu che introdusse il lavoro interinale con l’ambizione di liberalizzare il mercato del lavoro, eliminando il monopolio pubblico sul collocamento e introducendo appunto la novità del lavoro a contratto basato sull’intermediazione della manodopera sino a quel momento vietata, con le aziende che potevano attingere personale solo attraverso le graduatorie del vecchio ufficio di collocamento. Oggi abbiamo invece uno scenario in cui operano 500 Centri per l’impiego e circa 350 agenzi private, che svolgono appunto, attività di intermediazione e somministrazione di lavoratori che vengono prestati alle aziende per il tempo utile alla produzione per poi ritornare in dote alle Agenzie. All’impresa quel lavoratore, dovendo pagare l’intermediazione, viene a costare anche di più di un pari dipendente in organico, ma ritiene comunque più vantaggioso utilizzare lo strumento della flessibilità, tenendo conto inoltre che la formazione solitamente viene effettuata dalle stesse Agenzie per il lavoro.
Questa convenienza in generale al sistema è però tutta da dimostrare, perché potrebbe trattarsi di una mera intermediazione passiva che va ad appesantire l’economia in generale, al di là della convenienza o meno di parte delle imprese. Non a caso il nostro paese ha un’efficienza del sistema produttivo che risulta di gran lunga il più basso d’Europa e con esso, un sistema del mercato del lavoro poco efficiente e che va rivisto, anche perché se la formazione non la fanno le agenzie private chi altro la svolge? Le regioni, che non mi pare brillino su questo versante. Gli enti di formazione vengono costituiti per utilizzare i fondi erogati dall’Unione europea e amministrati dalle regioni che sovente danno vita a corsi dove il formatore è retribuito più del corsista. Insomma in un Italia che si vuole più efficiente e competitiva, occorre inevitabilmente mettere mano anche sul capitolo formazione, ma anche qui vedo che se ne parla poco, anzi vi è una vera e propria coltrina di silenzio e quello che mi lascia perplesso è il fatto che in questo silenzio si sono ritirati anche i sindacati.

Rosario Naddeo

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