PRIMO MAGGIO: CHE FESTA E’ SENZA IL LAVORO?

Il mondo della produzione muta sempre più rapidamente e non tutte le imprese riescono ad adeguarsi in tempo  e per i loro lavoratori  è molto più facile perdere un’occupazione che trovarne una nuova, al contempo, anche i giovani laureati e diplomati rischiano di essere fuori mercato già prima di entrarvi.

L’approccio al lavoro ha cambiato il modus operandi di tutti, anche degli imprenditori. In che modo? Certo che è cambiato il modus operandi, purtroppo oggi i nostri clienti , quelli dell’ultima filiera ,le boutique dove arriva il consumatore finale, non avranno più la possibilità di essere sostenuti economicamente dai loro partner, visto l’enorme problematica che hanno causato, non ritirando la merce, non onorando gli impegni economici etc…
Questo nuovo modo di operare sarà un vero cambiamento lavorativo, perché difficilmente riusciranno a reggere .
Ci sarà la nascita di nuovi mercati? Ci sarà una ripresa molto lenta?
Noi come azienda già ci affacciamo su altri mercati, ma anche lì ci sono stati problemi, in forma lieve sicuramente ,ma certo sono mercati più entusiasmanti dell’Italia.
La ripresa sarà molto lenta, i nostri clienti hanno svariati milioni di € di merce invenduta ,che si ripercuoterà’ per noi sugli acquisti futuri.
Cosa potrebbe consigliare ad un giovane che vuole intraprendere il settore dell’imprenditoria in generale?
Ad un giovane che vuole intraprendere un percorso lavorativo nel settore della moda, gli consiglierei di andare molto cauto ,magari di aspettare che passi questo momento e di sperare che ci sia una forte ripresa come si pensa.
Com’è cambiato il rapporto dipende-imprenditore? E lo Stato che ruolo ha in questa faccenda?
Ovvio che questa situazione ha dei risvolti negativi anche sui dipendenti, poiché con ogni evidenza determina un caldo del lavoro e, conseguentemente, un taglio degli stessi ovvero la diminuzione degli orari di lavoro e degli stipendi.
Lo Stato… totalmente assente!
Vincenzo Cristiano, imprenditore nel settore moda, così manifesta la delusione nell’aver avuto conferma di uno Stato “totalmente assente”, indifferente alle problematiche che la diffusione del virus ha chiaramente portato con sé.
Il primo maggio è la festa dei lavoratori. Ma che festa è se il lavoro non c’è?
Dopo un anno dal blocco totale delle attività, un soffio di vento primaverile sembrerebbe essere ambasciatore di un messaggio di speranza, ma non è così.
La prima ondata ha travolto tutti, senza eccezione e l’Italia è ancora al punto di partenza.
La pandemia non ha fatto altro che manifestare e svelare problematiche che erano già esistenti ed incombenti nelle diverse categorie lavorative, nei più svariati settori. Ha colpito tutti, ma si sa, non tutti in una tempesta sanno restare a galla, molti non ne hanno la possibilità. Lo Stato, garante dei diritti dei suoi cittadini, resta rinchiuso nelle grandi stanze delle sue sedi a riflettere, a stressare ogni tipo di ragionamento, a cercare, adesso, il mondo più semplice e conveniente per rimettere in moto “la macchina”, restando incurante della vera e propria batteria di quest’ultima. I suoi lavoratori.
Lavoratori di ogni tipo sono scesi in piazza, nel pieno rispetto delle norme anti contagio e con grande consapevolezza della difficoltà del momento, ma la loro voce è volata via con il cambio della stagione, lasciando un segno che sarebbe dovuto essere inciso su pietra. Il mondo è cambiato e ciò non è dipeso dalla decisione di nessuno, ma le conseguenze che una guerra porta restano nelle mani dell’individuo ed è compito di questo far sì che, come afferma De Andrè, dal letame nascano i fior.
Non è più possibile pensare di ricominciare da dove si era rimasti, è passato troppo tempo ed è avvenuto qualcosa di assoluta importanza: l’epifania delle incertezze.
Se la responsabilità della rinascita e della risalita risiede nel singolo, allora ciò che deve avvenire è una vera e propria collaborazione tra Stato e cittadino. Non è più il tempo di Hegel, che vedeva nello Stato l’autorità massima al di sopra del quale non c’era nient’altro; ora è il momento della solidarietà, della fiducia nel prossimo, nel progresso, della equa distribuzione delle competenze. Se, invece, tale dovere risiede, come spesso si sente millantare, nei giovani allora è legge necessaria e non discutibile che sia lasciato loro spazio, che sia offerta la possibilità di guardare al futuro con certezza e sicurezza, fondamenti che ad oggi non ci sono.
Giulia Varvella, studentessa di Lettere moderne alla Federico II di Napoli, commenta così:
“Non credo assolutamente all’affermazione che i giovani non siano stati colpiti dalla pandemia. Siamo in un’età in cui, già avevamo imparato cosa significava vivere, ricercare una nostra autonomia e questa chiusura ha tagliato le nostre ali in un momento in cui eravamo pronti a spiccare il volo.
Le nostre prospettive sono sicuramente state influenzate. Per me è stata una piattaforma di lancio, l’anno prossimo partirò per vivere l’esperienza dell’Erasmus, ma non va così per tutti. In molti di noi è venuta meno la voglia di esprimersi, sono dovute calare le aspettative, si sono dovuti mettere da parte i sogni e per questo motivo, non riesco a vedere alcun effetto particolarmente positivo.”
Non ci sarà alcun primo maggio degno di essere festeggiato, non lo era ieri, non lo sarà oggi, fin quando non si deciderà di buttare via gli scheletri nascosti, guardare al domani e scegliere di andare avanti.

Giovanna Sannino

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