PRIMO MAGGIO FESTA DEL LAVORO

di Rosario Naddeo

Riccardo Lombardi e Pietro Nenni

Una storia lunga 131 anni con molte rose per le conquiste di volta in volta raggiunte ma anche tante spine e non poche amarezze e tragedie insieme alla precarietà del presente e alle incertezze e le incognite per il futuro

“Lasciando stasera Roma per Formia mi sono urtato tra piazza Venezia e il Colosseo al corteo degli aclisti convenuti a Roma da tutta Italia in più di centomila per rendere omaggio al papa nel decimo anniversario della fondazione delle ACLI. Il corteo era diretto a piazza San Pietro dove Pio XII ha parlato verso il tramonto.

Singolare incontro per chi, come me, ha visto il Primo Maggio affermarsi tra l’ostilità dello Stato e della chiesa, come manifestazione sovversiva e addirittura blasfema. Qualche raro borghese, qualche raro prete, mezzo secolo fa osava partecipare al Primo Maggio. Oggi è festa pubblica a cui il papa imprimerà il crisma della cristianità”.

Queste poche ma significative righe tratte dai Diari di Pietro Nenni risalgono al primo maggio del 1955 e fanno trasparire un certo favore del leader socialista verso il mutare, seppur lento e sofferto di un Paese da poco uscito da una guerra e una dittatura. Nenni nel raccontare quell’episodio, oggi diremo con quel tweet o post, scatta una foto significativa di un mutamento epocale nella storia, non solo delle lotte per i diritti nel mondo del lavoro, ma dello stesso costume e di una seppur lenta emancipazione culturale e sociale. Parole, che lasciano trasparire in chi legge con gli occhi dei nostri giorni, probabilmente non con poco stupore, quanto invece sia stata lunga combattuta e sofferta quella strada delle conquiste di diritti che ci appaiono quasi scontati.

Un’immagine serena di chi si reca a festeggiare il primo maggio con tanto di benedizione papale mentre appena otto anni prima la festa dei lavoratori era stata segnata nella maniera più tragica con la strage di Portella delle Ginestre nella Piana degli Albanesi nel palermitano, quando gli uomini del bandito Salvatore Giuliano spararono sulla folla di contadini uccidendone undici e ferendone molti altri. Veniva così macchiata nella maniera peggiore quella festa ritrovata appena due anni prima, anche nella data simbolo del primo maggio, considerato che nel ventennio fascista era stata sostituita dal regime con una manifestazione celebrativa il 21 aprile in coincidenza col Natale di Roma. In verità vi fu anche un tentativo nel 1944 di organizzare il primo maggio in quell’Italia in gran parte liberata, ma le contrapposizioni che sfociarono all’interno dei partiti e tra questi e le organizzazioni sindacali ne minarono la fattibilità, poiché i primi intendevano effettuare una celebrazione che li vedesse a fianco dei sindacati, che invece, rivendicavano la loro autonomia. Non solo, vi fu anche una strana disputa tra chi, secondo una tradizione ormai consolidata, voleva festeggiarla il primo maggio e chi invece il 15. Di conseguenza non se ne fece nulla e le celebrazioni ripresero così solo l’anno seguente a paese riunificato e riappacificato.

Il manifesto con cui veniva imposto il divieto di manifestazioni per il primo maggio del 1890 a Napoli

Nenni, protagonista e testimone di un lungo lasso di tempo della storia italiana e dei suoi complessi e travagliati risvolti politici, bellici e sociali, con quell’immagine di un primo maggio sereno fa scorrere alla mente non solo il fresco ricordo di una dittatura che reprimeva i diritti, ma anche le tante lotte che avevano caratterizzato i decenni precedenti all’avvento del fascismo. Il primo maggio era infatti era caratterizzato da scontri e repressioni, sin dalla sua origine nel 1889, quando nel corso del primo Congresso della Seconda Internazionale venne deciso che in tutti gli stati d’Europa ed America il primo maggio diventasse il giorno dell’astensione dal lavoro e della lotta per la conquista della riduzione dell’orario di lavoro ad otto ore e per il miglioramento della condizione di vita degli operai. Ma la risposta in paesi anche di tipo liberale, come la stessa Italia, videro una reazione autoritaria e repressiva delle manifestazioni. Al sud come al centro e al nord del paese si verificavano infatti tumulti e scontri con la polizia, come nel caso del primo maggio del 1990, quando si registrarono violenti incidenti a Milano a Roma ed a Napoli. Il Corriere della Sera proprio in riferimento al capoluogo campano, riportava il giorno seguente l’avvenimento di fatti di una certa gravità, tanto da dover richiedere l’ausilio di rinforzi militari e procedere quindi all’arresto, anche preventivo alla manifestazione, di numerose persone, molte delle quali donne. Infatti, insieme agli operai scesero in strada anche interi nuclei familiari con madri, mogli e figlie in prima linea. Una protesta così veemente che, nonostante i molteplici arresti, i contusi e i feriti, vide polizia ed esercito in serie difficoltà nel reprimere quelli che erano descritti come rivoltosi, che venivano dispersi con cariche in determinate aree della città ma che andavano subito a ricompattarsi in altre.

E affinchè il primo maggio non perda il suo valore e non sia dato come qualcosa di scontato, adeguandosi comunque alle esigenze di un mondo che cambia sempre più anche lavorativamente, vale la pena citare e ricordare le parole di Filippo Turati per il quale il primo maggio ogni anno doveva avere un significato e un carattere più speciale, agitando in ogni nazione, la bandiera di quella rivendicazione che è per essa, in quel momento la più sentita e la più urgente.

Ed è proprio questo sentire il presente ma anche avere la capacità di percepire il futuro che ritroviamo invece nel discorso che in occasione del primo maggio del 1967 tenne a Torino Riccardo Lombardi intravedendo come i consumi avrebbero influenzato sempre più il mondo della produzione e la società più in generale, anzi Lombardi aveva già intuito la strada che i paesi del Patto di Varsavia e potremo dire la Cina più avanti avrebbero intrapreso lungo il crinale di una produzione sfrenata e di un capitalismo senza più regole e che lo storico esponente socialista aveva già compreso parlando di un capitalismo fatto benissimo dallo stato e sottolineando poi come tutta l’economia e la produzione fosse ormai collettivizzata, oggi diremmo globalizzata.

“ La scelta dei consumi non è più di pertinenza del consumatore, poiché la società moderna, la società neocapitalistica è dominata dal produttore; lo schema di Einaudi, di una democrazia di consumatori che tutti i giorni coi loro acquisti depongono un bollettino di voto e dicono alla società che cosa essa deve produrre, se deve produrre più profumi e più cosmetici, o deve produrre più scuole attraverso la scheda data dall’acquisto, non è vero: oggi i tre quarti dei nostri consumi sono indotti dalla necessità della produzione. Sono i produttori che stabiliscono quello che noi dobbiamo desiderare e quello che noi dobbiamo consumare, e badate bene, compagni, questo è un problema che sta diventando endemico non soltanto nella società di capitalisti, ma nella società socialista. Recentemente in Ungheria vedevo le réclame per i cosmetici, perché se ne acquistassero di più, e mi sentivo dire che ci sono delle fabbriche che hanno superato le cifre del piano per i cosmetici e venivano lodate per questo: dispersione delle risorse, per correre all’imitazione del modello di sviluppo americano, pur cercando di afferrarlo per la coda. Piccoli segni, ma segni interessanti che il problema non esiste soltanto per noi, che dobbiamo ancora varcare il limite attraverso cui si rende possibile una direzione dell’economia, ma anche in paesi dove la direzione è possibile, perché tutta l’economia, tutta la produzione è collettivizzata: anche qui è già in corso questo processo degenerativo che porta veramente a una riedizione psicologica, e poi necessariamente anche politica, del capitalismo nei suoi elementi essenziali, a un capitalismo fatto benissimo dallo stato.

Non è affatto vero che la collettivizzazione integrale dei mezzi di produzione sia il socialismo, poiché può benissimo essere compatibile con un tipo di società analoga a quella americana, non dominato dal profitto individuale, ma impostato sullo schema di consumi e di prodotti necessari per soddisfare questi consumi, schema che viene mantenuto integralmente, cosicché i risultati sono gli stessi o possono diventare gli stessi. Al contrario, il problema essenziale, importante per tutta la sinistra, è quello di cambiare le cose, e questo io chiamo “la sinistra”: non è avere una tessera, è voler cambiare le cose, è il credere che sia possibile cambiarle.

Quando alcuni anni fa la rivista di Sartre fece una grande inchiesta internazionale per domandare a intellettuali e politici la definizione di quello che sia “la sinistra” una risposta mi persuase: la sinistra è chi crede che sia possibile cambiare il mondo; la destra è quella che non crede che sia possibile cambiare il mondo o che ne valga la pena. Noi siamo socialisti, perché crediamo possibile cambiare il mondo.

Agli amici cattolici ricordo che c’è tutta una scuola loro, quella che fa capo ad alcuni economisti quali il Perroux, che si fonda proprio su questo, su un progetto dell’uomo; un’economia che sia al livello di una riforma dell’uomo, questo è veramente un terreno morale prima che politico, su cui ci si può largamente incontrare”.

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