PRIMO MAGGIO: L’INVOLUZIONE DELLA FESTA DEI LAVORATORI

 

La festa del Primo Maggio nasce negli Stati Uniti e precisamente a Chicago, in Illinois; lì era nata la prima legge che fissava le otto ore lavorative giornaliere, una legge che entrò in vigore soltanto l’anno dopo, precisamente il 1 maggio 1867, giorno nel quale fu organizzata un’importante manifestazione, con almeno diecimila partecipanti. La polizia, in quella occasione, fu chiamata a reprimere l’assembramento e sparò sui manifestanti, uccidendone due e ferendone diversi altri.
Nel 1887, l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, Grover Cleveland, ritenne che il giorno 1 maggio avrebbe potuto costituire un’opportunità per commemorare i sanguinosi episodi di Chicago. Successivamente, il Congresso Internazionale di Parigi del 1889 diede il via alla Seconda internazionale che decreto’ il 1 maggio ufficialmente il giorno della Festa Internazionale dei Lavoratori.
In Italia, in realtà, gia’ dall’anno precedente ,appena si diffuse la notizia dell’assassinio degli esponenti anarchici di Chicago nel 1888, il popolo livornese si rivoltò prima contro le navi statunitensi ancorate nel porto, e poi contro la Questura della stessa città, dove si diceva si fosse rifugiato il console degli Stati Uniti.
Tra le prime documentazioni filmate della festa in Italia, il produttore cinematografico Cataldo Balducci presenta il documentario Grandiosa manifestazione per il Primo Maggio 1913 ad Andria (indetta dalle classi operaie) che riprende la festa in sette quadri, e si può – così – vedere il corteo che percorre le strade affollate della Città: gli uomini, tutti con il cappello, seguono la banda che suona, con alcune bandiere.
Durante il ventennio fascista, a partire dal 1924, la celebrazione fu anticipata al 21 aprile, in coincidenza con il Natale di Roma, divenendo per la prima volta giorno festivo con la denominazione “Natale di Roma – Festa del lavoro”. Fu poi riportata al Primo Maggio dopo la fine del conflitto mondiale, nel 1945, mantenendo lo status di giorno festivo.
Il 1 Maggio 1947 la ricorrenza venne funestata dall’eccidio di Portella della Ginestra (PA), nella quale la banda criminale di Salvatore Giuliano sparò su un corteo di circa duemila lavoratori in festa, uccidendone quattordici (di cui undici sul momento) e ferendone una cinquantina.
Alcune fonti complottistiche sostengono che tale sparatoria sarebbe stata organizzata dai servizi segreti italiani, con lo scopo di accusare il bandito Giuliano e screditarlo agli occhi dei cittadini.Dal 1990, i sindacati confederali CGIL, CISL e UIL, in collaborazione con il comune di Roma, hanno istituito un grande concerto per celebrare il Primo Maggio, rivolto soprattutto ai giovani: la manifestazione si tiene a Roma, in piazza di San Giovanni in Laterano, dal pomeriggio alla notte, con la partecipazione di molti gruppi musicali e cantanti, ed è seguita da centinaia di migliaia di persone, oltre a essere trasmessa in diretta televisiva dalla Rai.
Gli anni ‘80 e ‘90 hanno rappresentato sicuramente anni in cui la Festa si sentiva e si vedeva. I lavoratori in diverse città, soprattutto quelle operaie, manifestavano per le strade a significare che l ‘unione o l’abbraccio dava piu forza ai lavoratori ed ai loro diritti. Una delle città che piu viveva la festa del Primo Maggio era la città di Pomigliano d’arco, in quegli anni sicuramente la più industrializzata del Sud e da dove sono partite tantissime vertenze nazionali che hanno dato un ampio contributo ai diritti dei lavoratori di tutta Italia. Epiche e storiche le sfilate con tanto di maschere e musicisti al seguito, con cui si manifestava, con piccole cantastorie locali, le vicende dei lavoratori. Il gruppo degli Zezi, in particolare e la presenza di artisti locali (Marcello Colasurdo, Pasquale Terracciano e tanti altri) rendevano la partecipazione una vera e propria festa vestita con i colori del popolo ma intrisa di enorme significato politico per ribadire le lotte per la conquista dei diritti dei lavoratori.
Da quel tempo però qualcosa è cambiato in tutta Italia, ed anche in città. Come mai?
Enzo (mi chiede di non citare il cognome) 44 anni, operaio, ci dice: “E’ rimasto solo l’evento claunesco del concertone del Primo Maggio a Roma ma svuotato di quegli abbracci ideali che le tante piazze d’Italia in modo immaginifico univano in quel giorno, tutti i lavoratori e le loro battaglie. I motivi? La paura! La gente ha paura di esprimersi.” Prova a venire fuori le fabbriche con una telecamera” mi dice, vedrai che nessuno di risponde. Ovvio, aggiunge, se un compagno per promozionare una serie tv su un noto social, viene “licenziato”, cosa ti aspetti? E se gli operai hanno paura di esprimersi, immagina che voglia possono avere di fare una festa. Paradossalmente, se vai nei quartieri degradati e governati dalla delinquenza, riesci ad ottenere più interviste. Un rapinatore si fa intervistare, un lavoratore no. I sindacati non esistono più, i lavoratori si sentono soli e le aziende stanno approfittando dello smart working per disunirci sempre di più. Ognuno pensa al suo orticello e con questi presupposti dove trovi la forza di festeggiare? Io festeggio per ogni giorno che conservo il mio posto di lavoro. Dovrebbe essere un diritto ed è diventato un privilegio. Sembra passato un secolo ed invece in 20 anni si sono distrutte tutte le conquiste fatte in più di un secolo”.
Giacomo la Marca, 64 anni, operaio della Leonardo, ad un anno dalla pensione ci racconta: ho vissuto sulla mia pelle l’involuzione della festa del Primo Maggio. “E’ cambiato il ruolo del lavoratore. Prima c’era una sorta di scuola che ti insegnava due concetti importanti: l’appartenenza e l’orgoglio. Oggi, con l’involuzione dei contratti sempre più a danno dei lavoratori come si può progettare una visione di futuro? Io guardo soprattutto ai giovani, gli hanno fatto perdere la voglia di partecipare, di lottare, di credere nel proprio futuro e nel proprio lavoro. Il Covid, poi, sta dando la mazzata finale. Prima si poteva venire in fabbrica a parlare con una moltitudine di operai che avevano gli stessi problemi e cercare di fare informazione. Ora, tutti dentro un pc; che aggregazione ci può essere? Anche i sindacati, che hanno fatto tanti errori, oggi hanno poca possibilità di intervento proprio per la difficoltà di arrivare ad una moltitudine di soggetti con le rispettive rivendicazioni. Con questi presupposti e soprattutto scenari futuri mi dici che festa possiamo fare? Io ormai sono alla fine della mia carriera e dall’alto della mia esperienza dico che il futuro dei lavoratori deve passare sempre per le organizzazioni sindacali che però devono trovare la forza di entrare nel CDA delle aziende e lavorare a stretto contatto con il management”.
Giovanni Maione, 40 anni, Leonardo Nola RSU Fiom Nola. “La forza dei lavoratori” prima era un valore sociale. Il lavoratore era il centro principale del processo produttivo ma anche di aggregazione sociale. Soprattutto nella nostra città, tutti o quasi venivamo da famiglie operaie e quindi tutti avevamo gli stessi sentimenti e gli stessi obiettivi. Parlare tra di noi era facile; immedesimarsi nei problemi dell’altro una naturale congiunzione con ciò che vivevamo. Avevamo una stessa matrice ed un’unica identità. Proprio questa è venuta a mancare acuita ancora di più dal distacco del sindacato. Questa tematica ha cambiato profondamente anche il lavoratore, sempre più isolato ed isolabile. Lo smart working sta poi comportando un forte distacco tra noi lavoratori ed un calo deciso del principio identitario che prima ci faceva essere molto più uniti e forti. Le piazze vuote? E cosa dobbiamo festeggiare, lo svuotamento del nostro ruolo e quello dei sindacati?”
Antonio del Luca, 54 anni, Operaio Fiat Pomigliano ora Stellantis. “Sono di Napoli e risiedo al Vomero, ma conosco la storia di Pomigliano da oltre 50 anni, di cui 32 vissuti nella fabbrica più importante del grande comprensorio industriale. Ho partecipato e contribuito alla realizzazione di innumerevoli scioperi, manifestazioni e iniziative di ogni genere. Una comunità straordinariamente attiva e profondamente legata al mondo del lavoro, della cultura e della politica. Un vero e proprio “villaggio globale” dove ad interagire con le operaie e operai presenti in tutte le fabbriche c’erano mondi apparentemente distanti, come artisti, circoli politici e culturali, organizzazioni sindacali, la Chiesa ecc. La città ha sempre accolto tutte le iniziative, anche quelle che ricordano le fasi più acute e di scontro con alcune delle multinazionali presenti sul territorio, con grande senso di vicinanza e di ascolto. Poi qualcosa si è rotto. E non parlo della pandemia, che ha solo acuito e lacerato ancora di più ciò che il neoliberismo più selvaggio aveva costruito con la cancellazione di tutti quei diritti conquistati nel dopoguerra dalle dure lotte del movimento operaio italiano. Parlo di tutta la classe operaia che in questi anni, norma dopo norma, si è sentita tradita da chi doveva rappresentarla, ed ha vissuto gli ultimi decenni in totale solitudine, tra un attacco frontale sulle condizioni materiali di lavoro, una questione salariale perennemente inevasa, insieme a nuove forme di ricatto che hanno visto la loro vita, che prima era ricca di speranza e progettualità, ormai precipitata in una precarietà diventata sistemica. Occorre ridare dignità giuridica alle persone fuori e dentro la fabbrica per ricostruire quel coraggio di denuncia e di partecipazione al cambiamento della propria vita e della comunità, altrimenti le prossime iniziative saranno solo di forte protesta dinanzi a chiusure, e le manifestazioni diventeranno solo di testimonianza fatte esclusivamente da quadri dirigenti e addetti ai lavori di quel determinato settore e problematica”.
Nello Niglio, 58 anni, di cui 30 passati alla Fiat di Pomigliano. “La fabbrica, come si diceva un tempo, è lo specchio della società, nel senso che ne riflette tutto ciò che avviene nella sfera pubblica, pregi e difetti. Mai tale affermazione risulta essere fonte di verità. In una società in cui l’unico totem viene rappresentato dalla televisione, che produce a sua volta, con i suoi programmi demenziali, incultura e annichilimento sociale, oltre a falsi e vuoti miti, di cui non se ne riconoscono nè le caratteristiche né le necessità, ci sono di mezzo i giovani, frastornati, disorientati, impauriti dalla mancanza di un futuro e di prospettive sempre più irraggiungibili. Proprio quei giovani, a cui dovremmo assegnare il compito più arduo di ricostruire questo paese dalle macerie degli ultimi trent’anni, compiute da una politica sempre meno vicina alla gente e sempre meno interessante e incapace di sedurne l’interesse. Quei giovani operai che piuttosto che partecipare alle celebrazioni del Primo Maggio, preferiscono andare al mare organizzare un weekend fuori porta. Abbiamo allevato e cresciuto, una generazione X e ora che ne constatiamo i disastri sentimentali e il mostro dell’indifferenza che li avvolge, cerchiamo in loro le cause dei nostri fallimenti. Nonostante l’apatia politica e sindacale, ciò che è evidente è l’aridità apparente che sembra calare come una maledizione divina…Io ci credo ancora nel riscatto sociale, politico, sindacale e culturale dei giovani apparentemente dormienti ma con un vulcano di vitalità, dentro ognuno di loro, al momento opportuno, pronto sul punto di esplodere!”; il primo maggio tornera’ ad essere una festa piena di partecipazione fisica, almeno me lo auguro.
Tommaso Sodano, già senatore della Repubblica e Vicesindaco di Napoli; Pomiglianese doc e da sempre vicino al mondo operaio. “Il Primo Maggio per la mia generazione rappresentava un momento di gioia e di festa. Ho un ricordo vivido delle manifestazioni che partivano da Piazza Garibaldi e, con un corteo interminabile che si snodava per il “Rettifilo”, arrivava a Piazza Matteotti. La banda musicale che apriva il corte intonando l’inno dei lavoratori, le tammorre di Pomigliano e Ottaviano, I trattori e le migliaia di lavoratori che sfilavano con l’orgoglio della classe operaia con il fiore o la coccarda rossa al petto. Emozioni forti. Anni straordinari di lotte e di partecipazione con la rappresentanza politica dei grandi Partiti di Sinistra e di un Sindacato forte e riconosciuto come baluardo della difesa dei diritti e del lavoro. Lentamente, quelle manifestazioni hanno lasciato spazio al Concertone e alle manifestazioni sempre meno coinvolgenti. Perché è successo? Perché non siamo riusciti a trasferire ai ragazzi le stesse emozioni, tensioni che abbiamo provato noi da ragazzi? Penso che oggi siamo al punto più basso della storia repubblicana e la pandemia sta ancor di più incidendo sulla carne viva delle persone. Sta aumentando la povertà, si allargano le diseguaglianze sociali, aumenta la disoccupazione e la precarietà del futuro. Credo che oggi abbiamo il dovere di rimettere al centro del dibattito politico, il tema del lavoro e dei diritti negati. In questi anni con le privatizzazioni selvagge e la deregolamentazione del lavoro è aumentata la solitudine dei lavoratori che spesso sono costretti a subire ricatti e a non potersi iscrivere neanche al Sindacato. Da qui, il distacco dalla politica e dalle Istituzioni e la ricerca di spazi nuovi in cui trovare solidarietà. Nuovi lavori richiedono nuovi diritti che vanno conquistati, ed è qui che la Sinistra e il Sindacato si giocano la sfida per il futuro”.
Quello che avete letto, ho potuto raccontarlo, con le parole che mi sono state dette . Quello che non riusciro’ con nessuna parola a descrivervi e’ lo stato di estrema preoccupazione ed a volte rassegnazione che ho visto negli occhi tristi di chi guarda al futuro con la paura di perdere tutto cio’ per cui si sono battuti per una vita intera.
Buon primo Maggio a tutti i lavoratori !

Felice Romano

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