LOTTA AL COVID – PINA TOMMASIELLI “DETERMINANTE LA RIORGANIZZAZIONE DELLE RETI TERRITORIALI E PER LE VACCINAZIONI ANCHE IL RUOLO DEL MEDICO DI FAMIGLIA”

La tempesta covid abbattutasi dal febbraio dello scorso anno sul nostro paese ha messo, sin dall’inizio dell’esplosione della pandemia, per la grande massa di persone che hanno dovuto far ricorso a cure mediche ed ospedaliere, non poco in crisi il sistema sanitario, evidenziato lacune e carenze, soprattutto a livello territoriale, ed anche per questo, si sono saturate corsie e terapie intensive. Col tempo e con fatica, le regioni hanno cercato di porre riparo e riorganizzare un settore desertificato un po’ ovunque negli ultimi decenni. In Campania, ad esempio, nel maggio del 2020, è stato varato un apposito decreto legge convertito poi definitivamente nel luglio scorso in legge, con l’obiettivo di rafforzare la presenza sanitaria territoriale favorendo la cura domiciliare dei pazienti.

La dottoressa Pina Tommasielli con le collaboratrici del suo studio medico.

“Nella nostra regione – afferma Pina Tommasielli, medico di famiglia e responsabile per i territori dell’Unità di crisi della Regione Campania – abbiamo pagato queste carenze, anche in conseguenza del lungo periodo di Commissariamento, che ha prodotto i tagli più consistenti proprio in questo settore del servizio sanitario, che la pandemia ha subito messo alle corde, a partire dai Dipartimenti di prevenzione, articolazioni delle ASL che qui, come nel resto d’Italia, hanno mostrato forti limiti. Dipartimenti obsoleti, con poco personale andato sotto pressione continua, strutture non digitalizzate e informatizzate, quindi un servizio sanitario non in rete. A questo, dobbiamo aggiungere ulteriori difficoltà mostrate da altri comparti del sistema, come il 118. Anche qui, difficoltà organizzative, poco personale e spesso precario, quindi, non all’altezza di gestire una fase così complessa. Ed ancora, la stessa rete dei medici di famiglia, che pur avendo un elevato grado di informatizzazione già da tempo, vede la sua banca dati isolata, poiché non esiste una rete di collegamento con le altre strutture della sanità pubblica. Di conseguenza, tutte quelle schede informative dello stato di salute di ogni singolo assistito, quelle sula fragilità degli ultrasessantacinquenni, non possono essere visualizzate e tornare utili, anzi indispensabili, per la programmazione della stessa campagna di vaccinazioni covid, proprio perché tutte quelle informazioni raccolte dai medici di base in questi anni, giacciono in chissà quali scantinati delle ASL. Da qui, l’esigenza di porre mano al sistema organizzativo territoriale che ha in sé anche la funzione sociale, insieme a quella di carattere strettamente sanitario, per la cura delle malattie croniche che, in particolare, accompagnano la vita degli anziani, che anche in relazione alla somministrazione delle vaccinazioni, hanno patito disagi elevati, dovendo in più di un’occasione presentarsi ai centri su sedie a rotelle spinte da badanti di fortuna”.
E proprio riguardo alla campagna di vaccinazione, anche al fine di ridurre i disagi citati dalla dottoressa Tommasielli, sono operativi anche i medici di famiglia, anche se non tutti, hanno dato la loro disponibilità a quanto stabilito dall’accordo nazionale che prevede tre possibilità di azione.
La prima consiste nella semplice registrazione dei soggetti fragili sull’apposita piattaforma, la seconda prevede la somministrazione del vaccino al paziente presso il proprio studio o presso l’abitazione dell’assistito, la terza nel prestare invece la propria opera presso un hub vaccinale.
“Non tutti i medici di famiglia hanno dato la loro adesione – dice ancora a riguardo Pina Tommasielli – e questo rappresenta un aspetto non positivo, perché crea disparità tra i pazienti, che si traduce in disparità nella esigibilità di un diritto. Siamo infatti giunti al paradosso, che un paziente che ha la fortuna di avere un medico di famiglia volenteroso e che quindi partecipa all’attività di vaccinazione, diventa un privilegiato, non solo perché non va a sottoporsi a file ed attese estenuanti, ma perchè trova adeguata assistenza di chi conosce tutta la sua anamnesi, tutte le sue fragilità. Chi, invece, ha il suo medico di base che non partecipa alla campagna di vaccinazione, deve sottoporsi ai disagi che comporta il doversi recare ad un hub e, farsi inoculare il vaccino da una persona che nulla sa della sua storia sanitaria.
Questo crea una disparità di trattamento inaccettabile, che va contro la stessa Costituzione e, in particolare, contro l’articolo 132, perché il nostro sistema sanitario è per sua definizione universale, uguale e paritario per tutti, ragion per cui, proprio in nome dei principi costituzionali, dobbiamo batterci per l’ottimizzazione delle prestazioni sanitarie e quindi, per la reale presa in carico dei pazienti affinché venga garantita quella esigibilità di un diritto, ribadisco, costituzionale.”
Rosario Naddeo

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