IL LAVORO NEGATO E IL LAVORO CHE UCCIDE NELL’INDIFFERENZA GENERALE ANCHE DELLA POLITICA

Il lavoro è il riconoscimento della dignità di un individuo. L’inserimento nella società, il riconoscimento di una condizione frutto di studio, applicazione ed impegno. Il tutto condizionato dal punto di partenza: lo stato sociale dal quale si parte condiziona il risultato finale. Ma ci si adatta a risultati che non corrispondono alle attese, ci si accontenta di quello che la vita consente che è molto meno di quello che si sogna in gioventù. E purtroppo questo “accontentarsi” diventa sempre più diffuso. Le distanze tra chi può sognare, chi li realizza e chi non può nemmeno concedersi un sogno, sono aumentate a dismisura. Sono venuti meno tutti i correttivi a distorsioni sociali sempre più forti ed insopportabili. Abbiamo smesso di guardare il cielo, puntando gli occhi solo sul selciato almeno per evitare di cadere. E la mancanza dell’aspettativa viene fatta passare per un “dono” visto che ci concedono la sopravvivenza. L’ambiente ostile, il lavoro che arranca, la giustizia è più uguale per i forti, ma sopravvivi. Basta no?

E cosi abbiamo chi si deve accontentare, tanti, chi può sognare, pochi, le elite che realizza parte delle attese e chi nasce con le aspettative già raggiunte.
Passa nel silenzio assordante di una politica che discute solo di sé stessa la silenziosa sconfitta di giovani che non parlano al futuro. Ci si distrae, festeggiando la concessione del reddito di cittadinanza come un successo di un progresso sociale, culturale ed economico. In realtà è che il riconoscimento di un fallimento di una politica gridata, di una giustizia negata, di un benessere inesistente.
La gioventù non è più la stagione delle speranze e l’aspettativa si riduce ad attendere una risposta, non allo studio ed all’ambizione ma, come in un regime totalitario, per accedere al reddito che qualche incapace, solo più furbo, ha stabilito per me.
Purtroppo però la vita spesso, cinica, smonta tutta questa costruzione modesta e mediocre e ci presenta il conto con la sfrontatezza e l’irriverenza di chi la sa lunga. E fa male.
Anche in questi giorni, mentre si festeggiavano i lavoratori sulle frasi di un cantante che ha assunto d’incanto il ruolo di guida spirituale del paese, due persone distinte e distanti per area geografica, età, aspettative, hanno perso la vita mentre erano sul posto di lavoro. E naturalmente ci siamo scoperti addolorati e solidali.


Luana D’Orazio di Prato, 22 anni, giovane, bella che sognava di fare l’attrice ma si era dovuta accontentare di un lavoro in fabbrica per crescere il figlio avuto a 17 anni, perché nel nostro paese tra un interruzione della prescrizione e una barca bloccata in mare, continuano a mancare gli asili nido, scuole adeguate, le università sono sempre più un fatto per ricchi e, soprattutto, manca lo sbocco al lavoro, qualificato, retribuito, emancipato. Cristian Martinelli di Busto Arsizio aveva 49 di anni. Ha lasciato la moglie e due figli. Due storie come tante che ci inchiodano alle scelte assurde degli ultimi decenni. I morti sul posto di lavoro ci sono sempre stati, come pure i disoccupati e le ingiustizie sociali, ma da quanto tempo non siamo attratti collettivamente da una visione che unisca tutti ricchi, poveri, giovani, vecchi, uomini e donne? Siamo divisi e rancorosi gli uni contro gli altri, sempre a cercare l’errore nell’altro per andare in piazza ad organizzare un altro vaffaday che faccia liberare gli istinti più beceri e violenti, rifiutando ogni costruzione che cerchi soluzioni complesse a questioni complesse.
Per ora regaliamoci un silenzio per due lavoratori che hanno lasciato un vuoto incolmabile ai loro cari e da domani se vogliamo ricordarli nel modo giusto, ritorniamo a pensare socializzando le questioni e trovando soluzioni alle ingiustizie che viviamo.
E’ ora di alzare lo sguardo dal selciato per guardare il cielo e se al sole no siamo più abituati, almeno giriamoci intorno a cercare un compagno che ci aiuti, un braccio che ci sostenga, una mente che ci rafforzi.
Salvatore Sannino

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