UNA RIFORMA RADICALE DELLA GIUSTIZIA PER LASCIARSI ALLE SPALLE “IL SISTEMA PALAMARA”

Il Paese deve ritrovare quello spirito riformista che animò le battaglie referendarie di socialisti radicali e liberali dopo il caso Tortora.
Intervista all’avvocato cassazionista Ferdinando Grammegna sulle distorsioni della giustizia italiana.

“Sono colpevole di aver contribuito a creare un sistema che per anni ha inciso sul mondo della magistratura e di conseguenza sulle dinamiche politiche e sociali del Paese. Non rinnego ciò che ho fatto, dico solo che tutti quelli – colleghi, magistrati, importanti leader politici e uomini delle istituzioni, molti dei quali tuttora al loro posto – che hanno partecipato con me a tessere queste tele erano pienamente consapevoli di ciò che stava accadendo”. Con queste parole si apre il libro-intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara, dal 2008 al 2014 presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati e dal 2012 al 2018 membro del Consiglio Superiore della Magistratura e che dopo essere stato accusato di rapporti indebiti con imprenditori e politici e di aver lavorato illecitamente per orientare incarichi e nomine, lo scorso anno è stato radiato dall’ordine giudiziario.

Il libro intervista di Alessandro Sallusti e Luca Palamara “Il Sistema”.

Palamara, che più avanti nel libro ammetterà di aver fatto parte di un’oligarchia giudiziaria e che ogni oligarca ha i suoi riferimenti nel mondo istituzionale e politico, lancia un j’accuse e fa un coming-out senza precedenti nella storia della magistratura italiana, in questi ultimi decenni più volte al centro di polemiche riguardo ai rapporti tra toghe e politica mentre il dibattito, altrettanto ultradecennale, del cosiddetto giusto processo e di una inderogabile riforma del sistema giudiziario, resta fermo al palo ogniqualvolta che si muovono faticosamente passi legislativi in tal senso.

Né abbiamo parlato con Ferdinando Grammegna, avvocato cassazionista e già professore a contratto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss Guido Carli di Roma, che in primo luogo, non è per nulla sorpreso da quanto narrato dal di dentro da Palamara, in quanto a suo dire, quei fatti erano in gran parte noti anche se sempre negati. Fatti che certamente fanno sensazione e scandalo se non mero gossip e, che, di conseguenza, se si fermano a ciò, non portano alcun contributo lungo la strada tesa a superare lo stesso metodo Palamara.
Quali sono dunque le priorità per imporre un deciso cambiamento del nostro sistema giudiziario?
Pochi, ma essenziali punti, a partire dalla stessa Scuola Superiore della Magistratura, che non deve essere una cosa propria delle toghe che parlano a sé stesse e governano sé stesse, prevedendo ad esempio, che la maggioranza del Consiglio Direttivo della Scuola sia costituita da professori e/o personalità del Consiglio Nazionale Forense e/o della Camera civile e/o di quella penale.
In seconda istanza va abolita la figura del magistrato stanziale, ovvero colui che, una volta entrato nella magistratura esercita la giustizia nel luogo dove vive anche per decenni e nessuno lo smuove di lì. Ma le pare possibile una cosa di questo genere, che un giudice che risiede ad esempio a Sorrento svolge la sua attività presso il Tribunale di Torre Annunziata. Prima o poi si troverà a dibattere una causa di un amico o un parente nei cui confronti potrebbe avere un atteggiamento più benevolo.
Tutto ciò si evita se la normativa non pone troppa fiducia nella magistratura, come accaduto, prima con i padri costituenti e poi con il legislatore dal 1947 ai nostri giorni.
Quale correttivo ritiene più opportuno a riguardo?
Ebbene se vogliamo riformare la giustizia con fatti concreti, con un semplice disegno di legge, si trasformino i Consigli dell’Ordine in organismi che abbiano la possibilità di allontanare il magistrato stanziale. Una sorta di contropotere liberale. Inoltre, in sede di valutazione del magistrato, la relazione tecnica su cui deve lavorare il CSM deve essere redatta dall’Università e/o dalla Camera civile territorialmente distante rispetto al magistrato da valutare. E tale relazione deve essere sia obbligatoria che vincolante e superabile solo se il Consiglio Superiore della Magistratura adotti una espressa motivazione contraria.

La questione del giudice stanziale, ma non solo, apre anche un altro capitolo sovente al centro del dibattito politico e del confronto tra magistrati ed avvocati, quello dell’astensione o ricusazione del giudice.
Lei ha toccato un punto nodale che deve inderogabilmente essere riformato, poiché parliamo di strumenti dettati degli articoli 51 e 52 del Codice di procedura civile, ovvero quanto disposto nel 1942 dalla normativa fascista. Ma le pare mai possibile che dal 42 ad oggi nessuno abbia sentito la necessità di porvi mano. Faccio un esempio: è ricusabile il magistrato che adotti un provvedimento che contrasta con la sua imparzialità e terzietà, alla luce dell’articolo 111, secondo comma, della Costituzione. Insomma, si deve procedere al più presto con una norma che tuteli la parte debole e che aumenti i poteri degli avvocati e delle Camere penali e civili.
Riguardo invece agli errori giudiziari c’è chi ritiene che passi avanti negli anni su questo fronte sono stati fatti. Ad oggi, infatti, seppur con l’obbligo di azione, anche innanzi ad accertati fatti gravi, la legge consente di chiedere il risarcimento per responsabilità civile del magistrato nel caso in cui il danno deriva da dolo, colpa grave o per diniego di giustizia del giudice. Ritiene che si debba fare di più anche su questo versante.
Credo che anche i pubblici ministeri debbano essere tenuti a pagare dei risarcimenti di danni nel caso in cui un’indagine venga rigettata. Oggi, infatti, un pm o un giudice per le indagini preliminari possono far arrestare un cittadino che poi in seguito magari verrà assolto, ma del quale nessuno si occuperà più. Lo stesso dovrebbe valere quando è l’accusa a perdere il processo. Processo che viceversa può vedere un cittadino condannato anche perché semplicemente un Gip non si è letto bene le carte del pm. Bisognerebbe ovviare a ciò, inserendo nella normativa l’istituzione di un collegio che disponga o meno l’arresto di una persona. Un collegio composto da tre giudici con l’obbligo dell’opinione dissenziente e se non si raggiunge l’unanimità della decisione, non si procede con l’attuazione delle misure cautelari e restrittive.


Queste come altre possibili vie da percorrere per giungere ad una riforma della giustizia devono inevitabilmente passare per quella politica che in questi anni tanto ha dibattuto dell’argomento ma poco ha realizzato. Legislature chiuse con un nulla di fatto o piccoli passi, frutto più di mediazioni e compromessi, ma mai quella auspicata riforma epocale. Anzi abbiamo visto come i due governi Conte si siano impantanati su questo versante e, proprio la voce giustizia abbia portato alla caduta della seconda esperienza a Palazzo Chigi dell’esponente grillino. E gli scenari prossimi, complice la pandemia da covid19, non fanno trasparire ottimismo all’orizzonte, considerato che i partiti che hanno dato vita al governo Draghi, divisi sul da farsi, hanno congelato la questione giustizia, concentrandosi praticamente solo sugli aspetti sanitari, sociali ed economici. Lei si dice ottimista o pessimista riguardo all’attuazione di questa riforma in tempi non giurassici?
Sono pessimista perché a venir meno è proprio la Politica e perché mancano oggi nel paese quelle figure guida come Giuliano Vassalli, Bruno Visentini, Berardino Libonati e Guido Rossi, manca cioè quell’intellighenzia nella società civile che possa orientare e delineare le riforme. Sul fronte poi strettamente politico, tranne i radicali e poche voci riformiste nella sinistra, chi concretamente fa battaglie per la giustizia e smuove l’opinione pubblica? Pochi o nessuno. Chi, ad esempio, ad eccezione dei radicali e pochi altri, ha ripreso la battaglia sulla responsabilità civile dei magistrati per la quale fu indetto un referendum per l’abrogazione di quel privilegio, ma che venne modificato da una susseguente legge dello stesso Guardasigilli Vassalli, che poi, nei suoi diari lascerà scritto di essersi pentito di aver stravolto con quel provvedimento lo spirito referendario ( ndr – quel referendum venne indetto, insieme ad altri quattro, nel 1987 per forte volontà di radicali, socialisti e liberali e riguardava l’abrogazione di tre articoli del Codice di procedura penale del tempo, che ponevano appunto, i magistrati al riparo dalla responsabilità civile per i danni procurati da loro eventuali errori, come nel caso di Enzo Tortora. Venne però duramente osteggiato da democristiani e comunisti e vide forti tensioni tra Craxi e De Mita che preferì andare ad elezioni anticipate al fine di rinviare il referendum, e nel frattempo veniva approvata una legge che stravolgeva l’effetto di quella norma e che, in sostanza, non produsse alcun effetto pratico, vanificando appunto il proposito referendario originario). Ecco perché dico che non bisogna fermarsi al sensazionalismo, allo scandalo che emerge dal libro di Palamara, agli umori del momento, ma occorre avere uno sguardo più ampio che miri al concreto e che infonda nella gente la necessità di avere una giustizia degna di un paese civile.
E per evitare che ci si distragga ulteriormente dall’obiettivo perdendosi in polemiche sterili e discussioni che nulla apportano al tragitto delle riforme, eviterei di costituire la stessa Commissione d’inchiesta sul caso Palamara, perché con essa, con la pubblica discussione, non avremo altro risultato, se non quello di incattivire ed avvelenare ulteriormente il clima ed i rapporti tra le fazioni in causa, sia nella magistratura che nella politica e, in definitiva nella stessa opinione pubblica. L’area progressista, socialista-liberale in particolare, dunque, si deve battere per l’affermazione di queste riforme, che badi bene, vanno a tutelare gli stessi e tanti magistrati per bene, seri servitori dello Stato, che al mattino non rilasciano interviste ma lavorano per emanare provvedimenti ed emettere sentenze con coscienza e professionalità.
Altro tema dibattuto e irrisolto è quello relativo al rapporto tra magistratura e politica, anzi delle toghe in politica. Quale formula adottare per evitare conflitti di interesse e connivenze tra poteri.
Ritengo che per candidarsi un magistrato debba necessariamente dimettersi. Allo stesso tempo vorrei che si realizzasse quella separazione delle carriere di cui nessuno parla più, come riformato deve essere lo stesso CSM, inserendo il metodo del sorteggio tra coloro che sono stati indicati dai magistrati. Poi, alla luce di quanto scritto da Palamara circa la nomina del vicepresidente, non si può proseguire sui vecchi binari come se nulla fosse accaduto.

Rosario Naddeo

 

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