QUEL FARDELLO DEL DEBITO PUBBLICO CHE GRAVA SU NAPOLI E MINA LE SCELTE FUTURE DI CHI SARA’ CHIAMATO A GOVERNARLA

Antimo Manzo: “La persistente crisi finanziaria del Comune e il ridimensionamento del numero dei dipendenti condizionano pesantemente funzioni, servizi e programmi”.

C’è una grande incognita sul futuro di Napoli e quindi di chi sarà chiamato a governarla, ovvero l’enorme debito pubblico accumulato anno dopo anno a Palazzo San Giacomo. Un’incognita non da poco, perché dalle soluzioni che verranno adottate per farvi fronte dipenderà il tipo di sviluppo di cui la città potrà godere o meno.
Dello spinoso capitolo del disavanzo dell’Amministrazione partenopea, abbiamo parlato con chi in materia di bilanci ed impiego di risorse finanziarie comunali ha alle spalle una lunga diretta esperienza, come Antimo Manzo, per anni prima al Comune di Napoli in qualità di dirigente di staff dell’Assessorato alle Risorse strategiche, poi assessore al bilancio dei comuni di Afragola e di Casoria.


E’ possibile delineare un quadro dello stato di salute finanziaria del capoluogo campano e quindi far riferimento a quei numeri che rischiano di portare ad un dissesto finanziario, che per ora, è stato scongiurato dalla proroga che il Governo ha concesso alle amministrazioni comunali riguardo alla presentazione dei bilanci, complice l’emergenza covid.
“All’interno del complesso quadro di difficoltà della finanza locale, spiccano le situazioni delle grandi città non solamente meridionali. Napoli è una di queste risentendo, tra l’altro, di tutti gli effetti della demagogia amministrativa del Sindaco De Magistris praticata nei dieci anni del suo mandato. Dall’ingannevole presunzione di una “città che ce l’avrebbe fatta da sola” alla denuncia delle “colpe degli altri” per giustificare la richiesta di aiuti. Dal “debito ingiusto” a quello accumulato nella sua gestione; dalla “città liberata” alla paralisi amministrativa.
L’attuale disavanzo è pari a circa 2 miliardi e 700 milioni di euro, diventato più del triplo di quello indicato nel primo piano di recupero nel 2013 (783.187.157 euro) comportando tempi di rientro che si prolungheranno fino al 2044 con pesanti rate annuali. La conseguenza è che bisogna destinare una parte delle entrate correnti a copertura delle rate di disavanzo, visto il fallimento delle dismissioni del patrimonio comunale, riducendo così ancora di più le scarse disponibilità di risorse per il funzionamento della città”.
Quanto questo debito influisce sulla qualità dell’erogazione di servizi ai cittadini, considerato anche che proprio in virtù dell’esiguità delle risorse finanziarie anche la pianta organica ne ha risentito.
“La persistente crisi finanziaria del Comune e il ridimensionamento del numero dei dipendenti, costituiscono due fattori, sotto certi aspetti anche interconnessi, che condizionano pesantemente le possibilità di superare le carenze di funzioni e servizi per la città e che possono vanificare gli stessi programmi della nuova amministrazione da eleggere con le prossime elezioni di autunno.
L’organico del Comune, in questi anni si ridotto consistentemente (circa 5 mila dipendenti), con un’età media abbastanza alta (il 41% supera i 60 anni) e con la perdita figure professionali determinanti per il funzionamento degli uffici (l’80% ha un titolo di studio compreso tra la licenza di scuola d’obbligo e il diploma di media superiore). Tra i 35 dirigenti attuali con contratto a tempo indeterminato mancano figure tecniche cioè ingegneri e architetti”.


Gli scenari insomma non sono dei più incoraggianti, mentre è il caso di dire, che se non verrà tesa dall’esecutivo nazionale una mano ai tanti grandi comuni come Napoli che si trovano in questo stato, come è già avvenuto per Roma, diventerà impresa ardua cimentarsi sul da farsi, programmare, per chi si candida a governarne le sorti.
“Superare questa doppia crisi del Comune di Napoli non sarà facile e il nuovo Sindaco con essa dovrà fare i conti ogni giorno.
I caratteri profondi di questa crisi ci portano alla considerazione che con i rattoppi, come è stato in questi ultimi anni, non si andrà lontano. Certo un aiuto immediato sarà necessario, ed è appunto indispensabile pensare ad una soluzione come quella già praticata per Roma Capitale.
Contemporaneamente, però, bisogna pensare ad una rivisitazione delle funzioni del Comune e a nuovi modelli organizzativi; diversamente si continueranno a dilapidare risorse ed aiuti.
Una strategia organizzativa ad ampio spettro che parta dalla ricostituzione di sinergie e di collaborazione con le diverse istituzioni, di efficaci rapporti con il mondo della cultura, della formazione e dell’imprenditoria e di motivazione e valorizzazione dei dipendenti comunali.
Si tratta, cioè, di superare un modello organizzativo (in fin dei conti autoreferenziale) basato prevalentemente sull’esigenza di risparmio dei costi e di costruire, invece, uno nuovo fondato sugli obiettivi di erogazione di servizi moderni in tempo reale e senza limiti temporali.
Il nuovo Comune, allora, deve assumere il profilo di una struttura agile e di alta qualità, capace di essere un soggetto regolatore del funzionamento della città (senza camicie di forza) e di erogatore di servizi essenziali”.
Considerato infine, che i grandi comuni capoluogo sono alle prese con nuovi e vecchi problemi, che debiti e scarsità di risorse, tendono ad acuire sempre più e meno a risolvere, non si crea un effetto a cascata che mina poi sviluppo e crescita delle rispettive aree metropolitane.
“In effetti, è utile domandarsi quale deve essere il futuro delle “città metropolitane”. Senza scaricare i problemi del comune capoluogo su quelli dell’area metropolitana, si deve infatti seriamente passare ad una scala più vasta per organizzare i principali servizi comuni e per elevarne gli standard. E forse è anche il caso di rendere il sindaco della città metropolitana effettivamente rappresentativo di tutte le comunità superando questo antidemocratico meccanismo per il quale il sindaco del capoluogo diventa automaticamente il sindaco di tutti”.
Rosario Naddeo