DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE SULLO “SPALMADEBITI”CORSA CONTRO IL TEMPO PER EVITARE IL DISSESTO FINANZIARIO DEI COMUNI FORTEMENTE INDEBITATI COME QUELLO DI NAPOLI

Felice Laudadio: “Si è arrivati a questo punto anche perchè il piano di ristrutturazione del debito non è stato attuato. Ora per salvare Napoli e le altre grandi città occorre una legge speciale tipo Salva Roma”.
Palazzo San Giacomo, sede del Comune di Napoli.

Con la sentenza n.80 del 2021 pubblicata lo scorso cinque maggio in Gazzetta Ufficiale, la Corte Costituzionale ha decretato l’illegittimità della cosiddetta norma spalmadebiti che aveva dilazionato in un arco temporale di una trentina d’anni la solvibilità delle passività, che ora invece vanno saldate in un range di tre- cinque anni. Sino ad oggi il provvedimento aveva salvato centinaia di comuni dal concreto pericolo di dover dichiarare il dissesto finanziario. Attualmente se ne contano 774, quasi tutti del meridione, la maggior parte piccoli e piccolissimi, ma anche di grandi, anzi grandissime dimensioni come Napoli, schiacciata da un debito di due miliardi e settecento milioni. Comuni che entro il 31 maggio dovranno presentare i bilanci, per cui se per quella data non verrà posta l’ennesima toppa al problema, per molti di questi si andrà incontro al default. Per questo L’ANCI ha richiesto al Governo di stanziare aiuti pari ad almeno tre miliardi di euro per i prossimi tre anni. Nel frattempo, tutti i partiti di maggioranza ed opposizione, di sinistra come di destra, si stanno muovendo per evitare il peggio, sia a livello parlamentare, in particolare all’interno della Commissione bicamerale, sia a livello di governo, con l’apertura di un apposito tavolo presso il MEF. Già il Governo Conte in precedenza aveva attivato uno scudo ad hoc per Napoli fino al prossimo giugno, perché si riteneva che per quella data si dovesse andare al voto per il rinnovo del Consiglio comunale, poi l’arrivo della terza ondata della pandemia ha invece consigliato di far slittare le elezioni amministrative al prossimo autunno. Di conseguenza, se non si correrà ai ripari, si correrebbe il rischio di trascorrere una campagna elettorale su di un campo minato con un comune in dissesto finanziario che, per una città che ha già cronici problemi, con l’aggiunta della pandemia e quindi con un default sulle spalle, renderebbe arduo il cammino di chiunque si presentasse a governarne le sorti future.
Tutti sono consci, dunque del fatto che occorre una soluzione salva comuni, per evitare di penalizzare i cittadini che vedrebbero in caso di dissesto ulteriormente ridotti servizi essenziali e si dovrebbero con uffici e funzioni comunali ancora più a corto di personale e risorse.
Ma se si è arrivati a queste situazioni disastrose, da una parte, è ciò è dovuto a quei tagli di risorse e riparti agli enti locali maturati di anno in anno, ma anche ad errori, inefficienze, sprechi se non addirittura cattive gestioni e, quindi, di debiti accumulati in decenni e decenni e fornitori che magari passavano alle vie legali per far valere i loro diritti. Del resto anche quegli strumenti messi in campo per cercare di contrastare il debito non hanno dato i risultati auspicati, ad esempio la vendita di beni e servizi posti in bilancio ha inciso infatti per uno scarso due per cento.

Felice Laudadio

“Se siamo arrivati a questa situazione – dice infatti a riguardo l’avvocato Felice Laudadio, che ha una lunga carriera alle spalle di docente universitario in materie come diritto amministrativo, regionale, contabilità di Stato, diritto urbanistico e di consulente di comuni, regioni ed altri enti pubblici – che è comune a tutte le grandi città, è dovuto anche al fatto che il piano di ristrutturazione del debito pubblico non è stato attuato, perché ad esempio, il caposaldo della dismissione dei beni immobili, non ha avuto dopo l’avvio iniziale, alcun seguito. Di conseguenza, è venuto meno uno dei presupposti del piano di ristrutturazione del debito. Risultato c’è un encefalogramma piatto sotto questo aspetto. Si aggiunga poi che c’è un calo netto della qualità dei servizi pubblici offerti, dai trasporti alla rete idrica. Abbiamo dunque in crisi l’ABC (Azienda speciale Acqua Bene Comune Napoli) perché i suoi utili sono stati inclusi nel bilancio del comune di Napoli. Insomma, tutta questa situazione ha finito per gravare sui servizi essenziali, basta guardare lo stato della manutenzione anche ordinaria. La città è inevitabilmente in ginocchio ed occorre dunque ricominciare da zero, ma per farlo bisogna avere una visione larga, strategica dei problemi che affliggono Napoli, tra l’altro in un contesto di pandemia che ha aggravato il tutto. E piuttosto che porci l’interrogativo di chi guiderà le sorti del Napoli, da Gattuso a Spalletti, dovremo seriamente interrogarci su chi guiderà Napoli nei prossimi cinque anni. Una scelta che va fatta sulla base dei programmi di chi si candida a sindaco, cosa intende proporre ai suoi abitanti e come realizzarlo. E invece vedo un dibattito fossilizzato sui nomi, schermaglie, che onestamente, denotano ancora una volta l’assenza di un livello politico capace di aggregare, programmare e progettare. E questo ritengo sia un dato allarmante quanto quello dei due miliardi e settecento milioni di deficit, che può essere affrontato solo con una legge speciale per i grandi comuni, come avvenne per Roma Capitale. Al contempo però alla città va data una nuova capacità produttiva, una politica di rilancio e sostegno per tutte quelle attività ormai in ginocchio agonizzanti, dai b&b e le attività ricettive più in generale del centro storico a tutto il comparto dell’artigianato e del commercio anche al fine, di evitare che il perdurare di una crisi così dura sfoci poi in grandi tensioni sociali”.
Rosario Naddeo