UNA GIUSTIZIA CON MENO REATI, MENO PROCESSI, MENO CARCERE

a cura di Giuseppe Gragnaniello

Qualsiasi “buon” governo che si rispetti, non può sottrarsi alla tentazione di misurarsi col simulacro del processo penale, e principalmente con le sue disfunzioni. Il recovery plan, del resto, offre un’occasione ghiotta -e sarebbe davvero un peccato inescusabile non sfruttarla- per tentare di finanziare oculatamente tutti quegli accorgimenti più opportuni, atti a snellire e velocizzare la fenomenologia del processo penale. Ma prim’ancora di porre mano alla regolamentazione dell’intero procedimento penale, sarebbe opportuno riflettere un po’ meglio sulla precondizione essenziale del processo, ovvero sul reato; atteso che non c’è processo senza un reato normativamente previsto, e pertanto il numero dei processi dipende strettamente anche dalla congerie dei reati previsti dall’ordinamento.

L’ avvocato Giuseppe Gragnaniello

Mai si è inteso porre mano ad una seria riforma depenalizzatrice. Difatti, se, da un lato, sono ancora oggi in vigore fattispecie di reato che penalizzano sia condotte non lesive di alcun concreto bene giuridico meritevole di tutela, sia ancora non-condotte, dall’altro lato sono stati affidati alla competenza del Giudice di Pace procedimenti relativi a reati di non secondaria offensività; determinandosi -in quest’ultimo caso- un effetto senz’altro deleterio, in relazione alla pur legittima domanda di giustizia della persona offesa: la quale, nella stragrande maggioranza dei casi (il riferimento è sempre al procedimento penale davanti al Giudice di Pace), o non consegue alcun ristoro (quand’anche il processo si definisca con sentenza di condanna), o è costretta ad assistere -supina e passiva- all’impossibilità di celebrare effettivamente il processo (a causa delle annose disfunzioni degli uffici del Giudice di Pace e delle correlative sezioni di Procura), fino a quando non maturi la prescrizione.
Pertanto, se pur andrebbe ripensato e riscritto il perimetro della competenza penale per materia del Giudice di Pace, andrebbe ancor prima attuata una revisione generale del penalmente rilevante, escludendone tutte quelle attuali fattispecie di reato che: a) non ledono beni giuridici concretamente individuabili; b) non hanno ad oggetto condotte materiali empiricamente verificabili. Tanto, alla luce del principio, desumibile dall’art. 27 della Carta Costituzionale, secondo cui è punibile solo quella condotta materiale (tipica) concretamente lesiva di un bene giuridico costituzionalmente
rilevante, e pertanto meritevole di tutela da parte dell’ordinamento.
In primis, occorrerebbe porre in essere una seria scrematura dei beni giuridici effettivamente meritevoli di tutela, escludendo dall’ambito del penalmente rilevante tutte quelle entità astratte e di difficoltosa individuazione, che rendono alquanto disagevole la enucleazione di comportamenti umani concretamente offensivi.
Si pensi ad alcune tipologie di reati contro la “morale pubblica” ovvero contro la “personalità dello Stato”: condotte che spesso non ledono un soggetto concreto, ma un’idea o una concezione che potrebbe non più rappresentare fedelmente il comune sentire. Sempreché di condotte si tratti.
In effetti, molte sono le fattispecie criminose che hanno ad oggetto delle non-azioni, ovvero dei contegni individuali che non determinano, sul piano causale, una lesione concreta al bene-interesse giuridico di riferimento: si pensi ai cosiddetti reati di pericolo presunto ed ai reati a tutela anticipata, ove quella che viene concretamente punita è la supposta intenzione di commettere un reato (reati del sospetto). Si pensi ancora ai delitti di attentato, ai reati associativi ed ai reati di mero possesso, nel novero dei quali si evidenziano figure delittuose che determinano la punibilità di un soggetto anche a prescindere dalla verificazione in concreto di una condotta materiale lesiva.


Cogitationis poenam nemo patitur (Domizio Ulpiano – Digesto).
E se è vero che nessuno può subire pregiudizi penali soltanto perché sospettato di voler porre in essere condotte antisociali, è nondimeno vero che si rende necessario, per tutto quanto appena detto, un serio intervento di ridefinizione del perimetro del penalmente rilevante, riconducendo il sistema penale a criteri di stretta legalità. Anche per il tramite dell’espunzione di tutte quelle fattispecie incriminatrici che, figlie dirette dell’ideologia fascista, hanno come bersaglio la libertà di manifestazione del pensiero.
Andrebbero profondamente ripensati i limiti del reato d’opinione, escludendo dal novero del penalmente rilevante i cosiddetti reati di apologia e di istigazione, prevedendo per i medesimi sanzioni esclusivamente di carattere economico; siccome potrebbe accadere per i reati di offesa all’onore quali la diffamazione, ad esempio.
Alla selezione del penalmente rilevante, fa da contraltare un auspicabile ripensamento in ordine alla effettiva potenzialità emendativa della pena carceraria.
Che le carceri costituiscano il luogo ove il condannato può acquisire consapevolezza del torto inflitto, non è un’affermazione connotata da universale validità. Anzi. La privazione della libertà personale post condanna ha il solo (concreto e immediato)effetto di “preservare” il tessuto sociale, non più messo in pericolo dalla presenza di un reo in libertà; ma nulla garantisce che la combinazione delle due “terapie” costituite da decorso del tempo della pena e dalla privazione della libertà personale per l’intero periodo d’espiazione, restituiscano alla società un soggetto “redento” e reinseribile.

Quindi, bisognerebbe comprendere innanzitutto quali possano essere gli strumenti, anche alternativi o contestuali alla carcerazione, in grado di far acquisire al reo  consapevolezza dell’importanza del bene giuridico dal medesimo violato: giacché solo se si matura la consapevolezza dell’antisocialità della condotta di reato, si può verificare la precondizione di un effettivo reinserimento sociale del condannato. Una sorta di riprogrammazione assiologica dell’individuo, in grado di riconvertirne i criteri d’analisi e di scelta delle condotte maggiormente idonee.
E’ legittimo auspicio ritenere, pertanto, che l’ampia posta in gioco del recovery plan sia utilizzata non solo per effettuare interventi virtuosi direttamente riguardanti il procedimento penale, ma anche per ridefinire e bonificare ciò che viene prima e dopo quest’utlimo. Solo in questo modo si potrà tentare di ottimizzare, globalmente ed efficacemente, quel “sistema penale integrato” tanto caro alle attuali dissertazioni d’Accademia.

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