SOCIALISMO OGGI

1.

Il Socialismo oggi, deve essere la nuova Ragione, il fattore attivo di un nuovo Contratto Sociale. Perché si è dissolto nella coscienza dei cittadini e nella esperienza dei fatti il legame che teneva salde le condizioni di vitalità e sviluppo del Paese. In sostanza il compromesso Stato – cittadini – imprenditori – classe lavoratrice, che per molti anni ha consentito non contestati rapporti di proprietà, uno Stato sociale redistributivo, un ascensore sociale funzionante, un attivo sistema di contrattazioni sociali, ha ceduto per la incompatibilità di queste politiche con la crisi economica e le sue tipologie, rompendo un sistema di certezze e garanzie.
La crisi ha investito i rapporti fra individui e gruppi, fra società e Stato. È crisi sociale e culturale nel senso più complesso dei termini colpendo valori essenziali e qualificanti.
È entrata in crisi l’eguaglianza come finalità sociale; emergono dalla crisi dello spirito egualitario una molteplicità di individui collettivi e non i cui criteri di giustizia non concordano con quello dello Stato, e che non chiedono più allo Stato protezione sociale.
È entrata in crisi la solidarietà sociale, come uno dei valori ispiratori del contratto sociale; l’assistenzialismo favorisce la decomposizione del tessuto sociale.
A questa duplice rottura di categorie fondamentali per la tenuta della società democratica, possono essere ricondotti molti dei fenomeni quotidiani di disgregazione e riflusso dei quali siamo testimoni e partecipi. E quindi ricondotta anche la contestuale esigenza di ricercare nuove forme di organizzazione del rapporto fra società e Stato, per impedire quella insicurezza individuale su scala di massa che renderebbe incontrollabili i processi crescenti di destabilizzazione sociale. Si aprono problemi di grande portata alla elaborazione socialista ripensare le categorie fondamentali di eguaglianza e solidarietà, secondo forme storiche nuove; ridefinire il rapporto fra individuo e Stato, rendendo reale la comunità (non la rete) e facendola riappropriare di funzioni politiche; affrontare la questione della produzione ed utilizzazione delle risorse, attraverso una nuova cultura del lavoro e dell’ambiente ed una strategia di sviluppo differenziato.
Sono maturi i tempi per superare la continuità con il passato. La scommessa storica per il Socialismo oggi è costruire, nelle mutate condizioni, la compatibilità fra progresso sociale e efficienza economica, l’equilibrio fra individuo e comunità, la integrazione fra sicurezza e fraternità. Non più attraverso una prospettiva di crescita generale, economica e sociale (l’illusione del neo liberismo), ma attraverso uno sviluppo differenziato capace di determinare scelte di espansione, stabilizzazione e riduzione nei diversi settori economici; come pure rispetto allo squilibrio di aree territoriali e rispetto alla dilatazione e dequalicazione dei servizi. Una idea di sviluppo che si propone come piena utilizzazione delle risorse umane ed economiche di un’area territoriale e di una comunità.

2.

La sinistra di governo ha sprecato la sua occasione. Ha avuto ampia possibilità nel corso degli ultimi cinque anni, di rendere visibile il suo progetto riformatore, le sue capacità di governo, di rafforzare il legame con gli interessi più attivi e dinamici del Paese. In sintesi, di presentarsi come l’interprete delle speranze di riforma e delle possibilità di sviluppo della democrazia italiana.
Perché, invece, la sinistra sta perdendo?
Una prima considerazione è che attraverso questa esperienza di governo la sinistra che ne ha avuto diretta responsabilità, ha operato in modo da consentire che nell’opinione comune si formasse lʼidea di un conflitto fra libertà e sinistra, sicurezza e sinistra, come concreta conseguenza di comportamenti, scelte, azioni di governo; questi comportamenti hanno determinato una disaffezione nei confronti della sinistra al governo ed una perdita di credibilità e di autorità dalla quale difficilmente si può uscire con dichiarazioni d’intenti o promesse per lʼavvenire. Questa divaricazione, ed in alcuni casi contrapposizione fra libertà e sinistra, sicurezza e sinistra, è innaturale e quindi insopportabile per un elettorato che preferisce rifugiarsi nell’astensione o nel disimpegno, ma anche nel voto contrario.
Quindi la sinistra perde anche culturalmente.
Una seconda considerazione di carattere più politico è che la sinistra maggioritaria non aveva né progetto, né cultura dell’alternativa, ed era quindi impreparata, inconsapevole e poco convinta delle cose da fare e delle scelte da compiere. La stessa debolezza programmatica e strategica caratterizzava i suoi alleati cattolici e laici con i risultati visibili a tutti. In sostanza la sinistra al governo ha operato sulla difensiva, correggendo, non riformando. Rifugiandosi in contenitori forti (la moneta unica, l’Europa, lʼaffidabilità nelle alleanze internazionali), senza una sua chiara identità e obiettivi visibili di cambiamento. Di fatto è uscita dal Socialismo.

3.

La storia delle democrazie mature in Europa, è la storia di un graduale ma inarrestabile processo di osmosi fra liberalismo, socialismo e riformismo cristiano. La lotta ai privilegi, il riscatto dei poveri e dei diseredati, la realizzazione della sicurezza di vita e di lavoro, l’affermazione del primato della giustizia sociale, avvenivano sul terreno degli interessi primari, del grande teatro dei conflitti economici e sociali. I valori del socialismo e del cristianesimo sociale, eguaglianza, solidarietà, sicurezza, giustizia, fratellanza, si contrapponevano ai valori di libertà, del liberalismo, sentiti come diritti individuali e quindi formali.
Questa contrapposizione, viene assorbita nella “società dei cittadini” in una grande sintesi politica e culturale della Civiltà del Socialismo. È venuta meno la cornice ideologica tradizionale; sono assorbiti e modificati nella dialettica della democrazia matura i temi di riscatto e protesta; viene trasformata nella sua struttura e nella sua coscienza sociale la “classe lavoratrice”, concepita troppo a lungo come immutabile madre al cui contatto rigenerare forze e concetti, dopo errori e sconfitte; si è maturata la figura del “nuovo lavoratore”, che supera la conflittualità impresa-lavoro definendo valori positivi per una nuova cultura del lavoro; è stato avviato il confronto con il “nuovo proletariato” che è generazionale ed intellettuale, è forza lavoro emarginata, sono gli esclusi dalla cittadinanza; tutto questo segna il mutamento antropologico conseguente agli anni della crisi.
Senza ambiguità e incertezze, la Civiltà del Socialismo deve giustificare la propria nuova identità, definire la sua validità storica, dando le ragioni per cui non basta un modernismo democratico a rappresentare, nelle nuove condizioni della “società della crisi”, le prospettive di progresso e di giustizia, ma è necessario un protagonista rigenerato che sia il cuore e l`anima di una nuova sinistra di governo, espressione politica nel nostro tempo di questa integrazione fra socialismo, cristianesimo sociale e liberalismo.

4.

Le ragioni di questa vitale civiltà socialista assumono forte significato, in coerenza con i valori fondamentali che hanno giustificato la nascita dei grandi movimenti che hanno dato senso alla storia del secolo passato: la giustizia sociale, la fraternità, l’eguaglianza, la libertà. Questi valori oggi si possono riassumere nella “nuova cittadinanza”, concetto complesso che riepiloga le tre idee-forza libertà positiva, giustizia, sicurezza.
Questo concetto non può essere affidato ad una definizione che sia astratta dalla concretezza delle condizioni di privilegio e di emarginazione, che attraversano oggi la società dei diritti e quindi lo Stato dei cittadini.
La “nuova cittadinanza” è il risultato della quantità di diritti soggettivi, civili, economici e politici, che deve essere uguale per tutti coloro che vivono nel mercato e nelle istituzioni civili e politiche di una democrazia.
Nella Civiltà del Socialismo, la limitazione del mercato e del potere della politica è nella piena attuazione di questa cittadinanza. l diritti (civili, economici, politici) non sono quindi una generalità neutrale, un principio astratto da usare come riferimento. Essi sono, al contrario, un filo conduttore di scelte politiche, di programmi di governo, di piattaforme rivendicative sindacali e sociali, di riforme istituzionali.
La loro base sono i diritti umani universali, che la stessa Unione Europea ha posto nella sua costituzione.
Si deve considerare il Socialismo come una civiltà che costruisce la Storia, e quindi il socialismo europeo come soggetto in divenire. Il Socialismo non può essere identificato e rinchiuso in una delle ideologie, o dei partiti, o dei sistemi politici che lo hanno rappresentato e che lo rappresentano; o essere ridotto ad un modesto pragmatismo governativo, o ad una lontana e generosa utopia.
Nella nuova stagione della Civiltà del Socialismo, ci deve essere la convinzione che vi sia la possibilità di dirigere il corso della storia, rendendo protagonista il popolo “attivo” e costruendo una democrazia fondata sui principi di fratellanza, solidarietà, giustizia sociale, libertà dal bisogno, eguaglianza delle opportunità, sicurezza di vita e di lavoro.

5.

Il destino della Unione Europea passa attraverso la rigenerazione delle sue finalità e delle sue politiche. Non basta affermare la continuità e difendere il presente. Nello scontro che si va definendo fra unionisti e sovranisti, la parola di confine è l’utilità dell’Unione Europea rispetto al benessere dei popoli. Gli unionisti la ribadiscono nell’assetto attuale. I sovranisti la negano affermando il primato dello stato nazionale.
Le elezioni europee del 2019, affronteranno un tema generale, l’Europa, attraverso la concreta dimensione degli interessi nazionali. Saranno le prime elezioni vere perché direttamente incardinate nella coscienza in formazione del conflitto in atto, nel quale le questioni interne ai singoli Paesi, di potere ed economiche, ma anche identitarie e sociali, si intrecciano sinergicamente con le evoluzioni del sistema comunitario, le sue difficoltà, problemi, conflitti, interessi contrapposti, debolezze politiche.
L’Europa, sta pagando la mancanza di sue strategie autonome compatibili con la crisi politica della dissoluzione dell’URSS, e con la globalizzazione dei mercati. Ma soprattutto la mancanza di un progetto europeo di sviluppo, di rifondazione istituzionale e territoriale, monetario e militare, con lo scopo di completare, o almeno portare molto avanti, il completamento del progetto politico comunitario. L’affrettato allargamento da 15 fino ai 28 Stati membri è stato un errore di mancato realismo. È stata data priorità ai problemi ereditati dagli equilibri precedenti (il dualismo Nato – blocco sovietico) piuttosto che consolidare e completare la UE come soggetto autonomo ed indipendente: lo paghiamo oggi.
La impotenza a decidere troppe volte manifestata su problemi importanti, sta rafforzando le tesi sovraniste sulla inutilità dell’Europa.
A questo bisogna rispondere con un forte messaggio politico che si identifichi in azioni visibili e capaci di muovere le coscienze. Queste elezioni non dovranno essere affrontate sulla difensiva, ma giocando d’attacco, sulla rigenerazione del progetto europeo, sulla crescita, sul lavoro, sulla solidarietà, sulla autorità della UE nello scenario mondiale.
Si deve comprendere la debolezza degli appelli generali e generici; si deve puntare su proposte definite ed impegni concreti sui quali raccogliere il consenso e le alleanze. Il Mediterraneo è un mare interno all’Europa e fa parte integralmente delle sue strategie. Il problema dei migranti va affrontato in questo quadro di riferimenti, e non affidato alle meschine spartizioni ed improbabili compensi.
Nel Mediterraneo l’Italia è gran parte dell’Unione Europea. Da questo si deve partire per spiegare ai cittadini italiani, in primo luogo, cosa è l’Italia Mediterranea. E farlo capire, con forza, ai concittadini europei.

6.

Per un programma dell’Italia Mediterranea, dobbiamo capire il ruolo che il Mezzogiorno sta assumendo nel grande processo di costruzione del nuovo continente Euro Mediterraneo, nel quale il mare Mediterraneo è mare interno, ed il Mezzogiorno d’Italia è sempre più punto centrale di accesso e di riferimento che lega la sponda sud del Mediterraneo ai destini economici, sociali e politici dell’Europa. Questa evoluzione del Mediterraneo come mare interno; del Mezzogiorno nel Mediterraneo; dell’Europa rispetto al Mediterraneo, ci fa leggere il Sud d’Italia non più periferico e marginale rispetto al centro del Paese e dell’Europa.
Cresce lentamente ma irresistibilmente in una parte della società meridionale, questa idea dell’Italia Mediterranea che ha una sua autonomia e un suo potenziale strategico.
L’accumulazione sociale (infrastrutture, trasporti, impianti, tessuto industriale, agricoltura, competenze, territorio urbano, Università, servizi) realizzata in grandi dimensioni in questi ultimi sessant’anni nel Mezzogiorno rappresenta un sistema con forti carenze rispetto alle realtà europee ma è una risorsa con grandi potenzialità in chiave Euro Mediterranea. Nell’Italia Mediterranea si dovrà completare anche attraverso l’uso integrato delle ZES, la più grande piattaforma economica, logistica, industriale e di servizi del Mediterraneo orientale. Non si deve dimenticare che il mare Mediterraneo è l’uno per cento della superficie marina nel mondo, dalla quale passa il venti per cento del traffico commerciale mondiale; e l’Europa è presente in questo mare attraverso l’Italia Mediterranea che è circa il cinquanta per cento del territorio attrezzato. Non è soltanto una opportunità strategica è un dovere storico da adempiere per questa generazione di italiani.
Devono diventare protagoniste non le singole Regioni amministrative ma il Mezzogiorno nella sua unità: come unica identità territoriale, culturale, sociale e politica, nello Stato nazionale e nella UE. La politica del Mezzogiorno non potrà essere più una politica regionale, macro regionale o meramente nazionale. Deve avere una visione internazionale dell’Italia, nella quale il Mezzogiorno unito svolge una funzione positiva come Italia Mediterranea. L’Italia torna ad essere strategica nella politica europea proprio perché il Mediterraneo ha riacquisito una sua centralità intrinseca. Dalla crisi dei migranti alla fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta, tutto ci porta a cercare di capire le opportunità economiche, i rischi sociali, le politiche legate alle nuove dimensioni dei mercati, i cambiamenti dei sistemi di produzione e nel mercato del lavoro, i nuovi equilibri militari di area. Il Mediterraneo, nella sua complessiva e complessa dimensione geoeconomica e geopolitica diventa per l’Europa una irrinunciabile opportunità, e l’Italia Mediterranea potrà fare la sua parte, agendo come un soggetto omogeneo di 18mln di abitanti che ha la massa critica, politica, economica e culturale per essere protagonista del suo futuro nello scenario italiano ed euro mediterraneo.

7.

Nella crisi di identità e di valori, di stabilità e di prospettive, che sta segnando profondamente l’Europa comunitaria e modificando le singole realtà nazionali, il compito dell’Italia Mediterranea è di riportare il confronto sul terreno della concretezza negli obiettivi e nei programmi. Il ricambio imminente degli organismi comunitari, deve consentire il cambiamento rispetto ad una esperienza che si avverte insufficiente a portare avanti gli obiettivi alti e nobili dell’unità Europea e del suo ruolo nella comunità mondiale. La contrapposizione fra Europa delle Banche e Europa dei Popoli è una falsa alternativa: nessuna delle due è vera; nessuna è vitale.
L’Unione Europea nasce dalla consapevole scelta delle nazioni; dalla costruzione unificata dei poteri di Governo; dalla identificazione e compatibilità degli interessi dei territori, dal primato del benessere e della sicurezza dei cittadini europei; dalla lungimiranza culturale e strategica. Quella che deve essere rinnovata e portata a compimento dagli europei riformisti, è l’Europa dei cittadini, non l’Europa dei burocrati, dei finanzieri, dei demagoghi, dei reazionari.
La prima scelta di programma del Movimento per l’Italia Mediterranea deve essere quello di arrestare il processo di demolizione sistematico della società meridionale considerata come buco nero, centro di malaffare, mala politica e malavita da dissolvere per impedire che il male si estenda al corpo sano della Nazione.
Serve quindi al Paese una nuova classe dirigente meridionale che dia sostanza di contenuti e freschezza di innovazione alle scelte civili e culturali, economiche e politiche di un’Italia Mediterranea consapevole dei processi degenerativi da combattere e dei fattori di risanamento e sviluppo da avviare.
Questa giovane e nuova classe dirigente, espressione del popolo attivo, della sua volontà di rinascita, del suo orgoglio identitario, si costruisce e si afferma nelle lotte per il lavoro, la giustizia sociale, l’eguaglianza delle opportunità, il risanamento del territorio, l’uso onesto ed efficiente delle risorse umane, fisiche, finanziarie, che già sono presenti nel nostro Mezzogiorno.
Questo è il filo rosso che sostiene le priorità di un programma immediato del movimento per l’Italia Mediterranea.
– Federare le Regioni del Mezzogiorno continentale, unificando la programmazione e la gestione di almeno il 50% dei fondi comunitari e nazionali, in una progettualità interregionale finalizzata all’armatura infrastrutturale del territorio, alla formazione, alle politiche di sviluppo tecnologico e di servizi.
– Accompagnare questʼazione politica di federazione con il referendum delle Regioni Meridionali sulle forme di unificazione, sui poteri economici e sulla mediterraneità. Questa iniziativa è resa indispensabile ed urgente dalla contemporanea azione delle Regioni Lombardia e Veneto sulla applicazione del referendum già realizzato in materia di autonomie e ripartizione dei fondi.
– Trasformare gradualmente l’improbabile reddito di cittadinanza, che risponde comunque ad un’esigenza reale di una parte importante dei cittadini del Sud, in un più concreto e percorribile salario di cittadinanza, risultato della programmazione consapevole e lungimirante delle opportunità e delle risorse. Con il pieno impegno delle Regioni e delle Autonomie Locali nel Mezzogiorno federato, si possono mettere a sistema tutte quelle realtà di accumulazione sociale in un’area territoriale assai ampia, e dare soluzioni concrete a breve termine, ad un problema che altrimenti esploderà nell’impotenza del meccanismo istituzionale e nella incertezza delle risorse. Si deve tenere ben distinto il reddito di inclusione, o di dignità o altri interventi di sostegno sociale (da rafforzare e razionalizzare), dal salario di cittadinanza che deve essere collegato ad un percorso lavorativo reale.
– Valorizzare compiutamente il servizio civile come strumento di politica attiva che produce lavoro. Le Regioni federate del Mezzogiorno devono costruire un autentico servizio civile del lavoro finalizzato al sostegno ed alla realizzazione dei grandi progetti strategici interregionali come: la tutela e il risanamento del patrimonio idrogeologico; il risanamento e la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; i progetti di sviluppo tecnologico diffusi sul territorio; gli itinerari turistici e culturali; la difesa e sviluppo del patrimonio costiero; l’efficienza dei servizi sociali nei sistemi urbani; la manutenzione, come filosofia di governo necessaria di un Paese antico e fragile con caratteristiche forti di accumulazione naturale e culturale.
– La grande Regione federato del Mezzogiorno, lʼItalia Mediterranea, si afferma nella gestione quotidiana e sulle grandi progettualità. Vive se nel Mediterraneo si sviluppa una politica europea comune di crescita e di giustizia. Questa possibilità va preparata risanando il suo territorio, valorizzando le sue risorse, dando fiducia ed orgoglio ai suoi cittadini. Il servizio civile del lavoro attraverso il reclutamento e la formazione del personale necessario deve essere utilizzato come strumento di sostegno alle grandi progettualità e di realizzazione della efficienza operativa. Tutto questo produrrebbe lavoro, e quindi darebbe senso e ragione al salario di cittadinanza che riguarderebbe una massa importante di occupati per finalità produttive (non il lavoro sociale delle 8 ore), e consentirebbe anche la utilizzazione di risorse già presenti nei bilanci delle Regioni, delle Autonomie Locali, della Pubblica Amministrazione; oltre alla partecipazione di capitali privati e l’impegno di imprenditori compatibili e interessati alla nuova e completa progettualità delle Istituzioni Pubbliche.
Non abbiamo dimenticato la sicurezza: ma essa va risolta nella crescita e nel risanamento; non come politica a sè, lamentosa e violenta. Se vogliamo essere un grande Paese, dobbiamo avere un grande cervello e un grande cuore.

8.

Nella civiltà del Socialismo oggi, riconosciamo i fondamenti essenziali di una volontà di cambiamento, di riforma, di intervento sul presente, avendo memoria del passato e consapevolezza del futuro che si vuole costruire.
È il primo passo per la realizzazione di quel nuovo soggetto politico di grandi ambizioni, capace di suscitare nuove speranze nella democrazia italiana. Ripartendo dalla verifica dei nuovi valori e dalla convinta accettazione delle conseguenze pratiche (anche esistenziali) della loro realizzazione.
Nel tempo della globalizzazione economica e della società della comunicazione e della conoscenza, il valore fondamentale del Socialismo contemporaneo è quello della fraternità, che si accompagna alla garanzia di sicurezza di vita e di lavoro.
La predicazione di Papa Francesco, ed i suoi effetti, cosi chiaramente visibili, sono la riprova di questa integrazione di valori fra cristianesimo e socialismo, che rappresenta la grande speranza alla quale affidare il ritrovato impegno della politica.
Dopo libertà ed eguaglianza, che segnano valori storici fondamentali nell`evoluzione della civiltà occidentale, la fraternità e la sicurezza rappresentano oggi il valore universale e nello stesso tempo pragmatico, di cui cʼè bisogno.
La loro realizzazione comporta l’impegno e la responsabilità. di ciascuno individuo, nei confronti dei suoi compagni di vita; accettarla come fondamento dell’esistenza, significa, laicamente, partecipare al significato universale della persona umana, e vivere il socialismo come la civiltà nella quale ci riconosciamo.

Claudio Signorile

Socialismo Oggi

Lascia un commento