IL PROCESSO AMBIENTE SVENDUTO SULL’EX ILVA DI TARANTO, NON FA CHE RIPROPORRE LA STESSA DOMANDA C’E’ UN FUTURO E QUALE PER L’EX ITALSIDER. LO ABBIAMO CHIESTO AL SEGRETARIO GENERALE DELLA UILM-UIL ROCCO PALOMBELLA

di Rosario Naddeo

La sentenza della Corte d’Assise di Taranto al processo “Ambiente svenduto”, che ha visto tra gli altri, le condanne a 22 e 20 anni per gli ex patron dell’ex ILVA, Fabio e Nicola Riva ed a tre anni e mezzo per l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Ventola, oltre a disporre la confisca degli impianti dell’area a caldo, su cui a breve si pronuncerà il Consiglio di Stato, non fa altro, che riproporre la domanda che ormai da decenni ci poniamo: c’è un futuro per la più grande acciaieria d’Europa? E se la risposta è si, come sarà questo futuro e quale sorte avranno i suoi operai? Lo abbiamo chiesto a Rocco Palombella, segretario generale nazionale della UILM-UIL.

Rocco Palombella, segretario generale UILM-UIL.

“La sentenza era per certi versi attesa, e considerato quello che si era determinato in questi anni, per certi versi ero convinto che andasse in questa direzione. Ma al di là degli aspetti giudiziari, è mai possibile che la siderurgia italiana rappresentata dal più grande stabilimento d’Europa, debba far dipendere la sua continuità produttiva dalla decisione della magistratura, le cui sentenze non si commentano. Il problema dunque, è che cosa ha fatto la politica, il governo in tutti questi anni. Dal 2012 ad oggi infatti, ci sono stati 13 decreti salva Ilva e , da allora, l’area a caldo è sotto sequestro, ed è stato affidato ad un custode giudiziario. Sono quindi stati nominati dei commissari da parte del Governo. Commissari, che al di là dei lauti compensi ricevuti, non avevano la competenza per gestire lo stabilimento e renderlo da un punto di vista ambientale compatibile, facendo investimenti che consentissero di dissequestrarlo. Va ricordato infatti, che l’affidamento al custode giudiziario era a tempo. E il tempo di dissequestro, era subordinato alla necessità di fare quegli interventi di adeguamento ambientale per consentirgli di poter produrre secondo i migliori standard degli altri impianti a livello mondiale. Basti pensare che a livello globale la produzione di acciaio ha raggiunto i due miliardi di tonnellate e si tratta di una produzione, a differenza di come si immagina solitamente, che non viene effettuata solo nei paesi del terzo mondo, ma anche di quelli fortemente sviluppati, e non a sfregio delle popolazioni residenti, ma secondo canoni di alta salvaguardia ambientale e della salute pubblica.


Qui invece nove anni e 13 decreti, che più che denominarli salva Ilva li chiamerei ammazza Ilva, non hanno fatto che peggiorare le cose. La stessa vendita, si può definire tale? Si mette in vendita infatti uno stabilimento che però non si può vendere, poiché è sotto sequestro ed è subordinato a lavori di adeguamento, ed allora lo si dà in fitto. E quando tutto rientrerà a norma potrà essere dunque venduto. Insomma si mette in vendita una fabbrica che in realtà non si può vendere. E una volta che hai trovato a chi affidarlo, viene tolta anche l’immunità legale per chi lo gestisce è chiamato quindi ad assumersi tutte le responsabilità. A quel punto è chiaro che un colosso come ArcelorMittal, che tutto sommato non aveva bisogno della nostra siderurgia, con una produzione che sfiora i 103 milioni di tonnellate di capacità istallata, ma che aveva comunque deciso di intervenire su Taranto, innanzi ai paventati seri rischi di finire in galera, hanno cominciato a demolire lo stabilimento. Non hanno fatto più investimenti, si sono fermati, hanno cominciato ad aprire contenziosi, fino a giungere ai fatti di questi giorni, con il Consiglio di Stato chiamato a decidere se in quello stabilimento va chiusa l’area a caldo o meno.

Ma è mai possibile che debba essere il Consiglio di Stato a dire se uno stabilimento siderurgico debba essere chiuso. Sapendo che dell’acciaio ha bisogno la nostra economia, considerato che solo lo scorso anno abbiamo importato cinque tonnellate d’acciaio, mentre noi non siamo posti nelle condizioni di poter produrre. Vi è poi un’aggravante, quando si parla della salvaguardia della salute dei tarantini, essa può avvenire con uno stabilimento che è in piedi. Uno stabilimento che può avere anche dei periodi prestabiliti di transizione, nl frattempo si mettono gli impianti nella condizione di non essere più nocivi. Quindi, con la nuova transizione ambientale ed ecologica, cominci a risanare e a spostare la produzione dall’altoforno e dal carbone all’elettrico e all’idrogeno. Questo è quello che si può e si deve fare, altre cose, contribuiscono solo alla distruzione di Taranto, come avvento in altre realtà, come accaduto a Bagnoli e come rischia di verificarsi anche a Piombino, dove nel 2014, venne fermato l’unico altoforno con la promessa del forno elettrico, che poi non si è mai visto. E anche lì, nonostante una commessa garantita di dieci anni delle Ferrovie dello Stato, la ripresa appare difficile, con in gruppo indiano algerino che non pare orientato ad installare un altro forno, nonostante si sia impegnato a farlo.


In definitiva lo stabilimento di Taranto si salva, se verrà risanato, altrimenti ci ritroveremo un carico inquinante ed uno stabilimento chiuso e 13000 posti di lavoro persi, che toccheranno quota 20000 nel resto del paese. Questa purtroppo è l’amara realtà, in cui tutti dicono di interessarsi dei tarantini, ma hanno solo alimentato un conflitto tra la città e l’ex Ilva, tra i lavoratori e lo stabilimento. A questo punto cosa dobbiamo aspettare l’appello, gli altri gradi di giudizio tra dieci, quindici anni? La politica queste domande se le pone? O la politica, come dice il ministro dello sviluppo economico deve aspettare un chiarimento del quadro giuridico? Non dovresti invece tu, livello politico, assumere le decisioni politiche, poi il Consiglio di Stato farà le sue decisioni. E questa è la situazione che ci portiamo avanti dal 2012 ad oggi. Aspettare le decisioni della magistratura, che persegue obiettivi giuridici, non obiettivi produttivi, sociali e politici che competono appunto alla politica, che invece non ha assunto decisioni sino ad oggi e, in questo governo, dove sono tutti dentro, a maggior ragione, si guardano bene dall’assumere decisioni”.

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