RACCONTIAMO LA CITTA’ ATTRAVERSO LE MUNICIPALITA’: LA TERZA

La terza Municipalità è una delle dieci di Napoli. Terza, sì, ma non in classifica per quanto riguarda i beni storici, artistici e culturali di cui potrebbe far pieno vanto. Decido di fare un piccolo tour anticonvenzionale per vedere le cose che, a Napoli, abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni ma che ci passano inosservate. Imbocco Via Foria. Arrivo a Piazza Carlo III, di fronte a me c’è un immenso edificio bianco: il Real Albergo dei Poveri. Lo guardo, me lo godo, sembra finto nella sua storia fatta di secoli che lo ha regalato a noi. Mi ricordo di una frase letta: «Albergo dei Poveri, primo edificio. È molto più impressionante di quella bomboniera, tanto vantata, che si chiama a Roma “Porta del Popolo”» è di Stendhal, noto scrittore francese. Il Real Albergo è stato un rifugio per poveri voluto dal Re Carlo III di Borbone su disegno degli architetti Vincenzo Fuga e Francesco Maresca, centro di riabilitazione alla società per le persone sfortunate del Regno, e tra le tante cose, fino ai giorni nostri, ha ospitato: una scuola di musica, una scuola per sordomuti, un centro di rieducazione per minori, un tribunale minorile, un distaccamento dei Vigili del Fuoco, l’archivio di Stato di Napoli, numerose associazioni, un cinema, una palestra ed è regolarmente utilizzato come sede per alcuni spettacoli di un noto e meraviglioso festival di teatro. Adesso, facendo umilmente plauso alle associazioni che, utilizzando la struttura, ne hanno alimentato il soffio vitale, senza nulla togliere ai cinema e (anch’essi casa d’arte ed emozioni immense), come ovvio che fosse, senza minimamente metter bocca sulle palestre che fortunatamente esistono (visti i benefici dell’attività fisica sull’organismo e sulla mente), mi chiedo se fosse possibile che un edificio della superficie di 100.000 metri quadri, definito uno dei palazzi più grandi al mondo, debba attendere cosa essere e quale definitiva identità assumere per poter funzionare e brillare in tutto il suo splendore. Proseguo il mio tour, convincendomi di essere un semplice cittadino che non sa le cose come stanno. Ripercorro in senso inverso Via Foria fino a Piazza Cavour ed entro nei Vergini, quella strada la conosco bene, porta a casa mia, ma ogni volta riesco a identificare un nuovo odore di cibo e una voce diversa. Mi fermo, un pensiero mi avvolge, la mia mano destra si porta al cuore dalla felicità nel vedere la porticina della chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi, abbandonata da diversi anni, di nuovo aperta: il merito è di Jago, imprenditore e scultore famoso in tutto il mondo per il suo modo di fare arte e le sue opere. Jago ha scelto Napoli, il Rione Sanità e la chiesa di Sant’Aspreno, per far battere il suo cuore attraverso martello e scalpello. Faccio volare un bacio all’aria e, dispiaciuto per non averlo visto, come se Jago fosse un’entità mistica e benevola, proseguo perché la strada è tanta e anche un po’ in salita. Arrivo a Via Giuseppe Buonomo dove c’è un’altra mastodontica struttura che versa in condizioni di degrado: Il Convitto Pontano alla Conocchia, gioiello settecentesco che, sempre degno, si è consegnato alla storia. Il convitto, conosciuto dagli abitanti del posto come “O Culleggio” è uno scrigno di ricordi tra i quali spiccano la visita del primo Re d’Italia che, incontrando il cardinale Guglielmo Sanfelice, al suo interno, segnò il riavvicinamento tra la chiesa e il nuovo Regno d’Italia. Il convitto è stato anche sede dell’istituto tecnico industriale Francesco Giordani e molti lo ricordano con nostalgia.

Sono costretto ad allontanarmi, in quanto, davanti al suo ingresso, qualche persona priva di discernimento, ha fatto in modo che si creasse una discarica abusiva, non mi è difficile notare la presenza di amianto. Mi ripeto, come prima, che sono un semplice cittadino, faccio la mia parte e devo avere fiducia nelle istituzioni: in fondo, ho visto solo meglio un luogo storico abbandonato e una discarica abusiva. Quasi mi viene qualcosa! O Sole’, il caldo, la puzza di monnezza e anche la delusione nel vedere una Napoli legata, bloccata da non so chi e che, se sciolta, potrebbe correre lontano portando con sé i tanti che la amano. Il mio tour si interrompe, doveva terminare al cospetto di Villa Torre Caselli, (detta anche Villa Bertè) dove hanno vissuto i Marchesi Caselli e dove il pittore contemporaneo Antonio Bertè, alla fine degli anni sessanta, trasferì il suo studio d’arte e la sua casa, ma non ci vado, anche perché, tra le altre cose, Salita dello Scudillo che consente di arrivare ai Colli Aminei (dove si trova la villa) in cinque minuti è chiusa da anni e, per strade alternative, ci metterei due ore minimo. Torre Caselli, detta anche “La villa degli artisti” per gli ospiti illustri e devoti all’arte che la frequentavano, è una villa bellissima; l’ennesimo ricordo pieno di storia, pieno di benignità, e pieno di umiltà (nel 1980 è stata messa a disposizione delle persone terremotate) che versa in stato di abbandono, coccolata e lusingata soltanto dalla curiosità dei pochi affascinati che si chiedono quale sarà il destino dell’ennesima cosa bella della nostra città. Torno a casa. Che tour deludente! Mi hanno sempre detto di trovare un briciolo di ottimismo anche nelle cose brutte, ma questa volta proprio non riesco. Non pensavo che focalizzandomi sulle cose che tutti i giorni non vediamo si potesse stare così male, fino a perdere il fervido sentimento di devozione alla patria. Apro la porta di casa, mi butto sul letto e prima di schiacciare un pisolino, cerco di rispondere alle ultime domande che il mio cervello non smette di fare al soffitto: Le istituzioni sono cieche? Perché non riescono a vedere ciò che ho visto io? L’arte, la bellezza e la storia hanno un bagliore talmente forte da esser visto fino all’altro capo del mondo, come fanno a non vederlo loro?
Ma… La speranza è l’ultima a morire, attenderò tempi migliori, fiducioso di una presa di coscienza non tanto da parte della prossima amministrazione, quanto dai cittadini che da secoli abitano nel cuore popolare della nostra città.

Egidio Scognamillo

Lascia un commento