DISPOSTE DAL TRIBUNALE DI SANTA MARIA CAPUA VETERE 52 MISURE CAUTELARI NEI CONFRONTI DI AGENTI DI POLIZIA PENITENZIARIA ACCUSATI DI AVER COMMESSO VIOLENZE AI DANNI DETENUTI DOPO LE PROTESTE DELLA PRIMAVERA DEL 2020 IN PIENA PANDEMIA

I militari del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta e della Compagnia di Santa Maria Capua Vetere, unitamente al personale di Polizia Giudiziaria del Nucleo Investigativo Centrale della Polizia Penitenziaria, hanno eseguito su richiesta della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, diretta dalla Dottoressa Maria Antonietta Troncone, 52 ordinanze cautelari nei confronti di  persone in servizio presso diversi uffici del Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria della Campania, principalmente presso la Casa Circondariale “Francesco Uccella” di Santa Maria Capua Vetere.

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

I Pubblici Ufficiali sono gravemente indiziati, a seconda delle loro diverse rispettive posizioni e partecipazioni, dei reati di concorso in molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio.
In particolare, ferma restando la presunzione di innocenza degli indagati fino ad una sentenza irrevocabile di condanna, sono state disposte ed eseguite, otto misure cautelari applicative della custodia in carcere nei riguardi di un Ispettore Coordinatore del Reparto Nilo e di sette assistenti o agenti della polizia penitenziaria, tutti in servizio presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere. Diciotto misure cautelari applicative degli arresti domiciliari nei confronti del Comandante del Nucleo Operativo Traduzioni e Piantonamenti del Centro Penitenziario di Napoli Secondigliano, Comandante del “Gruppo di Supporto agli interventi”, del Comandante Dirigente pro tempore della Polizia Penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, della Commissaria Capo Responsabile del Reparto Nilo del medesimo istituto, di un sostituto commissario, di tre ispettori Coordinatori Sorveglianza Generale presso l’istituto e di undici assistenti o agenti della polizia penitenziaria, sempre in servizio presso la Casa Circondariale sammaritana. Tre misure cautelari coercitive dell’obbligo di dimora nel Comune di residenza nei riguardi di tre ispettori della polizia penitenziaria, tutti in servizio presso la casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere.

Ventitré  misure cautelari interdittive della sospensione dall’esercizio del pubblico ufficio rispettivamente rivestito, per un periodo diversificato, tra i 5 ai 9 mesi, nei confronti della comandante del Nucleo Investigativo Centrale della polizia penitenziaria, Nucleo Regionale di Napoli, del Provveditore Regionale per la Campania, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria nonché di ventuno Assistenti o Agenti della Polizia Penitenziaria, per la quasi totalità in servizio presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere.
Le indagini riguardano i fatti del 6 aprile 2020, successivi a delle manifestazioni di protesta di alcuni detenuti ristretti presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, avvenute il 9 marzo ed il 5 aprile 2020, episodi che rappresentano l’antecedente rilevante alle violenze operate il successivo 6 aprile.
In particolare sostengono i magistrati sammaritani, il 9 marzo 2020, un gruppo di circa 160 detenuti del Reparto “Tevere”, diverso da quello ove poi si consumeranno le violenze del 6 aprile , dopo aver fruito dell’orario di passeggio, rifiutava di far rientro nel Reparto, protestando per la restrizione dei colloqui personali imposta dalle misure di contenimento del contagio COVID 19, senza che peraltro si verificassero tangibili danni a strutture o forme di violenza, in assenza di denunce sul punto.
Il 5 aprile 2020, seguiva poi una ulteriore protesta, operata da un numero imprecisato di detenuti del Reparto Nilo ed attuata mediante un barricamento delle persone ivi ristrette, motivata dalle preoccupazioni insorte alla notizia del pericolo di contagio conseguente alla positività di un detenuto al virus COVID-19. L’iniziativa rientrava nella tarda serata anche mediante l’opera di mediazione e persuasione attuata dal personale di Polizia Penitenziaria del carcere.


All’esito della seconda protesta, nella giornata del 6 aprile 2020, veniva organizzata una perquisizione straordinaria, generalizzata, nei confronti della quasi totalità dei detenuti ristretti nel Reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere.
All’esito della successiva acquisizione delle immagini tratte dall’impianto di video-sorveglianza ritraenti alcune fasi del relativo svolgimento prova documentale, scrivono i magistrati, confermata da numerose audizioni delle persone detenute — era conseguentemente contestata l’arbitrarietà delle perquisizioni, disposte oralmente, emergendo il reale scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale di Polizia Penitenziaria (dalle chat tratte dai dispositivi smartphone, poi sequestrati, sarebbe emersa per gli inquirenti la reale causale, ossia dare il segnale minimo per riprendersi l’istituto e motivare il personale dando un segnale forte), essendosi conseguentemente utilizzato un atto di perquisizione .


La perquisizione risultava per gli investigatori eseguita senza alcuna intenzione di ricercare strumenti atti all’offesa ovvero altri oggetti non detenibili, ma, per la quasi totalità dei casi, le immagini della video sorveglianza rendevano una realtà caratterizzata dalla consumazione massificata di condotte violente, degradanti ed inumane, contrarie alla dignità ed al pudore delle persone recluse.
Le indagini sulla dinamica del 6 aprile e sulle violenze occorse erano originate da un esposto del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Campania, datato 8 aprile 2020, nel quale erano segnalati presunti maltrattamenti operati in danno di detenuti da parte di personale della Polizia Penitenziaria, informazioni tratte dalle registrazioni di conversazioni telefoniche avvenute tra detenuti ristretti — non identificabili – ed i propri familiari, registrazioni che erano state pubblicate sul social network Facebook.
A ciò faceva seguito, in data 9 aprile 2020, una manifestazione di protesta attuata all’ingresso della struttura carceraria di Santa Maria Capua Vetere da parte dei familiari di alcuni detenuti ristretti nel reparto “Nilo”, durante la quale gli stessi lamentavano che i propri familiari erano stati oggetto di percosse ed alcuni di essi avevano riportato anche delle lesioni.
Quanto denunciato trovava per gli inquirenti un successivo ulteriore riscontro nella visita ispettiva, operata dal Magistrato di Sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, nella serata del 9 aprile 2020, durante la quale alcuni dei detenuti allocati nel Reparto di isolamento Danubio – provenienti dal Reparto Nilo ed ivi trasferiti durante la sera del 6 aprile – riferivano di violenze patite, detenuti peraltro ancora recanti sul corpo i segni delle lesioni subìte ed ivi reclusi in condizioni degradanti.


All’esito delle informazioni e della denuncia presentata in data 10 aprile 2020, la Procura delegava i Carabinieri  ad accedere presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere, per estrapolare le registrazioni video disponibili, utili ad accertare la dinamica degli eventi del 5 aprile e, soprattutto, del 6 aprile 2020, così da appurare le modalità di svolgimento della perquisizione straordinaria.
L’elevato grado di sofferenza fisica – scrivono i magistrati – patito dai detenuti picchiati era immediatamente percettibile dalla visione dei filmati del circuito di video sorveglianza, emergendo in maniera tragicamente evidente che gli agenti di Polizia Penitenziaria infliggevano alle vittime colpi, volutamente violenti, imprimendo notevole forza sia quando li colpivano con schiaffi, pugni e calci, sia quando utilizzavano il manganello.
Sulla base, poi, delle consulenze medico-legali disposte dal P.M. su 15 persone recluse – a distanza di circa 10 giorni dall’evento – si evidenziavano ancora i segni, assolutamente visibili, delle percosse subite dalle vittime-


Si tratta di  un’indagine che ha consentito di disvelare, in ogni suo aspetto, quello che è stato definito dal Giudice delle indagini preliminari “senza tema di smentita, uno dei più drammatici episodi di violenza di massa perpetrato ai danni dei detenuti in uno dei più importanti Istituti penitenziari della Campania “, un vero e proprio uso diffuso della violenza, intesa da molti ufficiali ed agenti di Polizia Penitenziaria come l’unico espediente efficace per ottenere la completa obbedienza dei detenuti”, nonché “una orribile mattanza
Come sinteticamente valutato dal Gip, sono emerse “violenze, intimidazioni ed umiliazioni di indicibili gravità, senz’altro indegne per un paese civile, che annovera fra i propri principi costituzionali quelli del rifiuto del trattamento inumano dei detenuti e della finalità rieducativa della pena ” come recita l’articolo 27 della Costituzione.

Rosario Naddeo

 

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