VIA LIBERA ALL’UNANIMITA’ DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA PENALE DELLA MINISTRA MARTA CARTABIA

Finalmente è arrivato il via libera all’unanimità del Consiglio dei ministri sulla riforma della giustizia penale della ministra  Marta Cartabia. La guardasigilli ha passato le ultime settimane a cercare un compromesso con i Grillini per far digerire loro un testo che mitiga gli effetti della riforma dell’ex ministro Bonafede. Una riforma bandiera dell’ex ministro e del Movimento 5 stelle che, sin dalle origini, ha fatto dell’abolizione della prescrizione uno dei suoi pilastri. L’’istituto della prescrizione, che torna a esserci per ogni grado di giudizio.

La Cartabia però  ha lavorato anche a due istanze gradite ai grillini: l’appellabilità delle sentenze e la priorità nell’esercizio dell’azione penale. Tra le promesse strappate dai grillini, c’è quella di allungare, nella riforma, i tempi della prescrizione per i reati contro la Pa: tre anni per il processo di Appello e 18 mesi per la Cassazione.

Vediamo cosa cambia da un punto di vista tecnico procedurale:

Prescrizione

Secondo la proposta di Cartabia, la prescrizione resta bloccata dopo la sentenza di primo grado, come per la riforma Bonafede. Tale blocco della prescrizione vale sia per i condannati che per gli assolti. Tuttavia, dal momento in cui parte il processo d’appello, la riforma della ministra prevede che vengano introdotti dei termini massimi temporali dopo i quali il reato viene dichiarato «improcedibile». Per il secondo grado di giudizio, non si potrà perseguire il reato per più di tre anni. Il limite di durata scende a un anno quando il processo passa nelle mani della Cassazione. Ad ogni modo, per i reati gravi o per i procedimenti ritenuti molto complessi, la finestra temporale prima dell’«improcedibilità» viene prorogata di un anno per l’appello e di sei mesi per la Cassazione. Gli imputati che vogliono ottenere una sentenza definitiva, possono comunque rinunciare all’«improcedibilità». Per i reati che non possono essere prescritti – come, ad esempio, quelli punibili con l’ergastolo – non sono previsti termini temporali.

Appello

«Prevedere l’inappellabilità delle sentenze di condanna e di proscioglimento da parte del pubblico ministero». Questa era la suggestione arrivata direttamente dalla commissione ministeriale per la riforma del processo penale, presieduta dall’ex presidente della Consulta, Giorgio Lattanzi. Il suggerimento ha incontrato i favori degli avvocati e sarebbe dovuto essere bilanciato con una riduzione dei casi in cui anche i difensori degli imputati avrebbero potuto presentare appello. Un passaggio ostico, che avrebbe scontentato anche parte delle forze politiche. Così, Cartabia ha scelto di non forzare troppo la mano e procedere soltanto con la sottolineatura dei limiti all’appello introdotti dalla Cassazione. L’appello, dunque, diventa inammissibile «per difetto dei motivi – nei casi in cui – non risultano esplicitamente enunciati e argomentati i rilievi critici rispetto alle ragioni di fatto o di diritto poste a fondamento della sentenza impugnata».

Azione penale

L’obbligatorietà dell’azione penale non è in discussione, ma la ministra Cartabia intende intervenire sulla totale discrezione delle procure nel procedere contro determinati tipi di reati. Una sorta di correttivo all’obbligatorietà alle quali le procure devono attenersi: è il parlamento che stabilisce le priorità sulle quale deve concentrarsi l’azione penale. Ad esempio, se viene ritenuto urgente reprimere il narcotraffico, gli sforzi delle procure devono essere convogliati nei reati di droga. A dettare le coordinate lungo le quali si deve orientare l’azione penale è la relazione annuale del guardasigilli sullo stato della giustizia, attraverso l’emanazione di un atto di indirizzo.

 

Indagini preliminari

La riforma punta a stringere i tempi delle indagini preliminari, che saranno sottoposte al controllo del gip. La durata massima delle indagini è di sei mesi – dal momento in cui l’individuo è iscritto al registro delle notizie di reato – per le contravvenzioni. Per i delitti più gravi, il limite temporale viene esteso a 18 mesi: si tratta dei casi di narcotraffico, associazione mafiosa e terrorismo. Gli altri reati continuano ad avere una dura massima di un anno. Il pm, e solo una volta nel corso delle indagini preliminari, può chiedere una proroga di sei mesi massimo, ma soltanto se è ravvisata una certa complessità del caso. Il gip, che ha il compito di vigilare sul timing delle indagini, chiede al pm, alla scadenza del tempo concesso, di prendere una decisione sul fascicolo aperto.

Giustizia riparativa

L’intento di Cartabia è quello di sfoltire archivi e faldoni dei processi penali. C’è, nella sua proposta, una decisa apertura alle sanzioni alternative: ad esempio, l’indagato può chiedere subito al giudice, già nella fase delle indagini preliminari, di ricorrere alla messa alla prova, ovvero essere impiegato in lavori socialmente utili. Nel caso in cui l’indagato svolga con impegno e costanza la messa alla prova affidatagli, il processo potrebbe essere sospeso fino al raggiungimento del proscioglimento, per decorrere dei termini della prescrizione. Questa possibilità è estesa a molti reati che non costituiscono un allarme sociale. Anche altri riti alternativi, come il patteggiamento, sono incentivati dalla riforma.

Prossimo passo: la riforma del Csm

Il dicastero lavora anche alla riforma del Consiglio superiore della magistratura. L’organo, travolto da scandali e polemiche per la formazione e le ingerenze delle correnti che si sono formate al suo interno, dovrebbe essere riformato per «ostacolare il consolidarsi di aggregazioni di interesse che trascendano il corretto esercizio delle funzioni consiliari». È il voto singolo trasferibile, come metodo per l’elezione dei componenti togati, il sistema che, a dire della commissione Luciani che sta studiando la riforma, frenerebbe il fenomeno correntizio. Questo strumento di voto aiuterebbe, almeno nei collegi di ampiezza medio-grande, a valorizzare il potere di scelta dell’elettore e a eliminare la pratica del cosiddetto voto inutile. La commissione Luciani, inoltre, ha dato parere favorevole al rinnovo parziale del Csm ogni due anni. Si valuta anche l’istituzione di un’Alta Corte della magistratura – composta da magistrati ordinari e speciali – a cui affidare i contenziosi sui provvedimenti del Csm e i conflitti di giurisdizione.

Su queste sostanziali modifiche abbiamo sentito alcuni avvocati che quotidianamente si trovano a dover lottare contro un sistema che di giustizia mantiene davvero solo il nome.

L’ Avvocato Giammario Sposito, penalista di lungo corso ci dichiara: “Nel quotidiano noi avvocati penalisti viviamo la criticità di un sistema giudiziario che non funziona o, quantomeno, non funziona come dovrebbe. E tanto è scaturigine di una manifesta incapacità politica che ha forti riverberi nella promulgazione di leggi che, talvolta, annichiliscono la Carta Costituzionale. È il caso della riforma Bonafede che finalmente naufraga perché ingiusta ed irrispettosa della vita delle persone. Il movimento cinque stelle, ormai giunto al capolinea, nel corso del tempo ha prodotto innumerevoli danni anche e soprattutto al sistema giustizia vendendo per conquiste delle vere e proprie mortificazioni: è di tanto ne è massima espressione la riforma sulla prescrizione che implicava ed implica la gogna di un processo “sine die”, in barba al diritto costituzionalmente garantito di avere un processo giusto e che si celebri in un tempo adeguato. Non vedo l’ora di ritornare alle urne con la speranza che altri abbiano realizzato, e non è mai troppo tardi, l’incompetenza diffusa che invade e pervade il movimento cinque stelle.

L’avvocato Giuseppe Gragnaniello pone invece l’accento proprio sulle problematiche delle insufficienti risorse che se non ben implementate potrebbero vanificare questo tentativo che per alcuni versi restituisce un istituto necessario e costituzionalmente garantito come quello della Giusta pena in un processo giusto ; ci dichiara “le mie perplessità su questa riforma  si concentrano soprattutto sulla prescrizione processuale ovvero sulla disposizione che prevedrebbe che il grado di appello si chiuda in due anni e quelli di cassazione in un anno (salvo proroghe in caso di reati più gravi). Ora questa disposizione e’ di per se una disposizione da salutare con favore ma le perplessità sono determinate dalla circostanza che essa non si misura con quelle che sono le condizioni attuali degli uffici giudiziari soprattutto del sud, e faccio riferimento soprattutto alla Corte di Appello di Napoli e Salerno. Benché’ auspicabile mi pare una utopia che un processo di appello possa chiudersi in due anni, ma la stessa cosa vale per la Cassazione oberata di ricorsi da un lato mentre dall’altro gli uffici sia della corte che della cassazione versano in una carenza strutturale di organico sia per quanto riguarda i Magistrati che per quanto riguarda i funzionari, dei cancellieri. Quindi praticamente la prescrizione processuale per come e’ stata prevista da questa riforma si scontra contro il muro di Gerico dell’insufficienza del personale giudiziario. A meno che non si dovesse accompagnare questa riforma da un grandissimo sforzo economico finanziario atto all’ampliamento dei vari magistrati delle varie corti di appello. Se gli uffici giudiziari restano quelli di attuali si rischia che questa prescrizione processuale invece di essere un pungolo crea una condizione di impunità di fatto.

L’ Avvocato Vincenzo Romano sottolinea invece il

il cambio di paradigma e segnatamente sia alla fase delle indagini sia a quella della esecuzione della pena, infatti, ci dice, ci sono misure della messa alla prova e quelle relative all’alternativa alla detenzione carceraria, che rispondono al soddisfacimento costituzionale del reinserimento in società chi delinque, qui si vede la mano della Cartabia ex presidente della corte costituzionale.

Politicamente, aggiunge, risulta evidente il compresso attorno cui ruota la riforma, tenuto conto le condizionalità del PNRR per la erogazione delle risorse economiche. È imbarazzante il silenzio dell ex partito riformista oramai ridotto a carovana romana del 18% di consenso ( PD) silente, appunto, tanto da lasciare spazio alla lega, partito che governa il Nord traiano economico a dispetto di un Sud abbarbicato sul Rdc, circa l’agenda draghi e soprattutto in ordine ai referendum sulla giustizia.

Dal punto di vista tecnico, la riforma èd in particolare l’istituto della prescrizione, è un piccolo passo in avanti ma troppo sopravalutato per mirare a raggiungere l’efficienza della giustizia. Orbene, è evidente la non organicità della riforma/compromesso, e qui entra in gioco il referendum, i cui quesiti sono a mio parere significativamente penetranti per modificare il funzionamento giustizia in Italia.

Ma quali sono i referendum proposti per la modifica della giustizia depositati da da Lega e Radicali sono sei?

QUESITO 1 Candidature al Csm, via il vincolo delle firme

Attualmente un magistrato che voglia candidarsi al Consiglio superiore della magistratura deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme. «Ciò significa – lamentano i promotori – che per poter presentare la propria candidatura deve ottenere l’appoggio di una delle correnti interne». Il quesito referendario mira, dunque, ad abrogare il vincolo delle firme, contenuto nella legge 195 del 1958, (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della magistratura), e permettere così a tutti i magistrati di candidarsi, senza dover sottostare al condizionamento delle correnti. Sul meccanismo elettorale vigente (collegio unico nazionale e voti di preferenza), che non viene toccato dal referendum, sono all’esame del Parlamento diverse proposte di modifica. La Commissione Luciani nominata dal governo ha proposto, ad esempio, il voto singolo trasferibile.

QUESITO 2 Responsabilità civile, rivalsa diretta sulle toghe

Il quesito punta ad abrogare parti della legge 117 del 13 aprile 1988 (Risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati) e successive modifiche. Normativa che venne introdotta subito dopo la vittoria, con l’80% dei voti, del referendum radicale del 1987. L’obiettivo, spiegano i promotori, è di «ridurre la specialità della disciplina della responsabilità dei magistrati, permettendo al cittadino leso nei propri diritti dalla condotta del magistrato di poterlo chiamare in giudizio direttamente». Mentre oggi ci si può rivalere contro lo Stato che successivamente può fare lo stesso verso la toga. Fatto che non avviene quasi mai. La tesi di partenza è che al «grande potere di cui gode la magistratura in Italia non corrisponde un adeguato obbligo per i propri membri di rendere conto delle eventuali decisioni sbagliate assunte».

QUESITO 3 nella valutazione professionale dei magistrati dare più spazio alla componente non togata

Questo quesito interviene sul decreto legislativo numero 25 del 2006, che istituisce – secondo la legge 150 del 2005 – il Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e rinnova la disciplina dei Consigli giudiziari. Sono gli organi dove si valuta anche la professionalità dei magistrati. L’obiettivo è di superare l’attuale situazione che, secondo i proponenti, quando si tratta di discutere o valutare lo status dei magistrati, vede «esclusa dalle discussioni e dalle votazioni su questi temi la componente minoritaria “non togata” (avvocati e professori universitari). L’abrogazione consentirebbe, dunque, anche a tale componente di esprimersi sulla qualità del lavoro dei magistrati, «superando il principio della giustizia solo interna alla magistratura». Il quesito si sovrappone a varie iniziative di riforma, compresa quella del governo.

QUESITO 4 Separazione delle carriere tra pm e giudici per promuovere “sano antagonismo tra poteri”

Il quesito sulla separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente è il più lungo e articolato. La richiesta di abrogazione di parti di testi legislativi sulla materia rileva come presupposto che nel corso della loro carriera i magistrati «passano più volte dalle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa». Questa «contiguità tra il pubblico ministero e il giudice rischia di creare uno spirito corporativo» e di «compromettere un sano e fisiologico antagonismo tra poteri, vero presidio di efficienza e di equilibrio del sistema democratico». Il quesito punta a «stabilire che il magistrato, una volta scelta la funzione giudicante o requirente all’inizio della carriera, non possa più passare all’altra». L’Associazione magistrati ha sempre difeso, invece, l’unità delle carriere come garanzia di indipendenza della giurisdizione.

QUESITO 5 Carcere preventivo, limiti alla possibilità di usarlo

La custodia cautelare, vale a dire la detenzione in carcere prima della sentenza di condanna, secondo Lega e radicali, si è trasformato negli anni «da misura con funzione prettamente cautelare a vera e propria forma anticipatoria della pena, con evidente violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza». Il quesito, dunque, tende a «limitare la possibilità di ricorrere alla carcerazione preventiva prima dell’emanazione di una sentenza definitiva di condanna». E lo fa chiedendo l’abrogazione di un articolo del testo del decreto del presidente della Repubblica numero 447 del 1988, (Approvazione del Codice di procedura penale), come risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate. Delle tre circostanze per cui si ricorre alla custodia cautelare (inquinamento delle prove, pericolo di fuga e reiterazione del reato) il quesito interviene solo sulla terza.

QUESITO 6 Condannati incandidabili, si vuole abrogare la norma

Il decreto legislativo 235 del 2012 (la cosiddetta legge Severino) prevede che in caso di condanna per alcune specifiche ipotesi di reato sia applicata automaticamente la sanzione accessoria dell’incandidabilità alla carica di parlamentare, consigliere e governatore regionale, sindaco e amministratore locale. Il quesito referendario che ne chiede l’abrogazione intende «abolire l’automatismo per quanto riguarda i termini di incandidabilità, ineleggibilità e decadenza, lasciando al giudice la decisione, caso per caso, se comminare, oltre alla sanzione penale, anche la sanzione accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici e per quanto tempo». Secondo alcuni costituzionalisti potrebbero esserci dei problemi di legittimità in quanto la norma recepisce disposizioni anticorruzione di livello sovranazionale.

Forse solo chiamando ancora una volta il popolo a decidere su come si possa impostare un diverso sistema giustizia in Italia potremmo ambire a vivere in un paese più civile.

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