LE RESPONSABILITA’ POLITICHE DELL’ASTENSIONISMO

di Sossio Vitale

 

 

Astensionismo e le responsabilità politiche

Numerosi sono i dati che mostrano come, negli ultimi decenni l’astensionismo stia prendendo piede in Italia. Le elezioni amministrative 2021 difatti consegnano un Paese con un astensionismo del 56% e in particolare nelle periferie.

Secondo il mio punto di vista le ragioni e le responsabilità sono tante: dalla inesistente relazione tra elettori e classe politica, alla sfiducia dei primi nei confronti dell’efficacia del processo elettorale fino ad arrivare ad una delusione prevalente, senza distinzioni, rispetto a tutta l’offerta politica esistente in Italia.

Diciamo che l’unico dato confortante è che la rabbia sociale, il disagio, le guerre fra poveri e la difficoltà di integrazione non si sia espressa con violenza ma in modo democratico con il “non voto”. Cogliamo, per dire, un aspetto positivo di una “non ribellione”, di proteste e attacchi alle istituzioni democratiche da parte dei cittadini del “non voto”.

In questa disamina dell’astensionismo vorrei porre l’attenzione soprattutto al Sud. Un lavoro enorme va fatto qui nel nostro Sud e nel Mezzogiorno.

I dati sono chiari e incontrovertibili: negli ultimi 25 anni, la riduzione degli occupati ha determinato un continuo e costante calo del Pil prodotto dal Sud ampliando ulteriormente i divari con le altre aree del Paese; il Pil pro capite del Sud resta sempre la metà di quello delle regioni del Nord; il tasso di occupazione è cresciuto quattro volte meno rispetto alla media nazionale e l’emigrazione dei giovani meridionali non si arresta mai.

I temi più ricorrenti, da sempre, che penalizzano le regioni del Mezzogiorno sono: burocrazia, illegalità diffusa, una disoccupazione devastante e diffusa e le condizioni economiche e sociali di vita delle periferie.

Quindi bisogna recuperare il rapporto di fiducia con i territori. Bisogna ritornare fra la gente, nelle piazze, nelle periferie e far sentire loro la presenza della politica e delle istituzioni.

Dall’altro canto i risultati sollecitano anche un’altra riflessione: il declino del M5S. Quest’ultimo si è sempre definito un non-partito. Ciò spiega l’esito deludente anche in questa occasione e contribuisce a comprendere, almeno in parte, altri aspetti che hanno caratterizzato il voto in questa occasione. Mi riferisco, soprattutto al “non voto” che ha raggiunto misure davvero ampie del 56%.

Ciò induce a riflettere quindi nuovamente sul significato del voto. Che è cambiato profondamente nel corso del tempo. Rispetto a quando si votava “per atto di fede” o “per appartenenza”. Quando i partiti esistevano davvero, esprimevano idee e ideologie, erano presenti sul territorio. Non solo sui media, tanto meno sui social, che non esistevano proprio. Il voto, allora, era un “dovere”.

La democrazia è preziosa e non possiamo darla per scontata.

Il diritto di voto è una delle forme di libertà individuale più importanti che abbiamo e una delle massime forme d’espressione democratica.

 

 

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