IL MUNICIPALISMO NELLA STORIA E CULTURA LIBERALSOCIALISTA

 

 

di Francesca Frisano

 

Valore e validità della proposta di “aprire i Municipi” da parte del compagno Pasquale Sannino

 

Il Liberalsocialismo persegue il fine di costituire un centro riformatore(in cui possano trovare convergenze posizioni di sinistra riformista e settori politici dai connotati moderati, aperti alle istanze di innovazione), i cui valori siano la moralizzazione delle responsabilità, un’economia di mercato solidale; che si prefigga l’autogoverno inteso come immediata possibilità di realizzare i progetti contro il burocraticismo; che persegua la realizzazione di uno Stato dei cittadini, dove diritti e bisogni trovino pieno riconoscimento.
Non vi è dubbio che stiamo vivendo un’epoca di grande trasformazione sociale che richiede una politica “tra la gente e per la gente”. Un’architettura federale dello Stato si impose al centralismo, che,da una parte, aveva favorito centri di potere burocratici in conflitto con coloro che meritano benefici sociali; dall’ altra aveva permesso la formazione di sacche di parassitismo alimentate dalle “false” politiche dello Stato Sociale. Il Federalismo doveva consentire l’espressione e l’autogoverno delle varie identità  locali, doveva fare della diversità una risorsa, doveva instaurare una sana concorrenza tra le regioni  nelle politiche di insediamento delle attività produttive e nelle politiche fiscali. Gli Stati-Regione, invece, hanno fatto della diversità un elemento di conflitto e di divario sempre più accentuato tra Nord e Sud, tra territori ricchi e quelli poveri; non hanno rafforzato l’unità nazionale  sostendo gli elementi unificatori del Paese; non si sono impegnati nei campi, come le libertà e i diritti fondamentali, i principii di uguaglianza e di imparzialità dell’azione pubblica, ecc….,che esigono di essere disciplinati e governati con criteri unitari. Le Regioni si sono rivelate teatro di forti contrasti e squilibri sociali, fonti di sprechi, centri di malgoverno e di malcostume, eccetto qualche sporadica realtà.
Contro l’illusione che il centralismo avrebbe potuto garantire una capillare distribuzione delle risorse e avrebbe potuto realizzare lo Stato Sociale; contro l’illusione che le Regioni avrebbero potuto garantire un virtuoso federalismo fiscale, un’economia capace di valorizzare le specificità locali e produrre, quindi, lavoro e ricchezza, mi è gradito qui proseguire con un excursus sul “Socialismo Municipale”, che evidenzia come i COMUNI rappresentino meglio il “collettivismo”, come le CITTÀ siano itinerario peculiare della storia unitaria nazionale, pur nella loro sostanziale diversità di economie, di usi e di costumi.
In Italia, nella seconda metà dell’800, il problema della conquista del governo dell’Ente Locale ebbe all’interno del movimento socialista un attecchimento precoce e duraturo, sull’ innesto della polemica contro lo Stato Borghese accentrato e nel richiamo alla Comune di Parigi, intesa come prima esperienza di autogoverno popolare. Non vi mancava una componente utopistica, che si ricollegava ai progetti dei grandi riformatori sociali europei dell’800, presso i quali era circolata largament

 

e la prospettiva emancipatrice della comunità, intesa come una realtà al proprio interno autosufficiente ed armoniosa. Ne fece fede una felice letteratura, i cui titoli più significativi furono: “Un Comune Socialista” di Cardias (G. Rossi) e “Un Sogno” di A. Costa.
Costa fu il protagonista della “svolta”(1879) nelle parole d’ordine “andiamo al popolo e conquistiamo i Comuni”.
Al Congresso dei socialisti rivoluzionari di Romagna nel 1882 si teorizzava che il Comune era “il mezzo principale di lotta contro lo Stato accentratore” e “l’istituzione più facile a trasformarsi in senso socialista”. Nella difesa e tutela del lavoro, nel carattere democratico e popolare delle rivendicazioni, nella ricerca di alleanze con movimenti affini, propri del Municipalismo, il Socialismo si distaccò definitivamente dall’anarchismo.


Il tema del Municipalismo, come riorganizzazione della vita sociale futura, era propagandato anche da “La Plebe” di Bignami. Qui esso rappresentava il “collettivismo” che avrebbe coniugato solidarietà sociale e libertà individuale attraverso la proprietà privata dei prodotti di un sistema economico collettivizzato. In ciò si sarebbe contrapposto tanto al “Centralismo Statale di matrice borghese”, quanto al “Comunismo privo di libertà individuale”.
Una visione partecipazionista e democratica, di sostegno al movimento dei lavoratori, fu tipica del Partito Operaio, di cui fu massimo teorizzatore Osvaldo Gnocchi Viani.Lo sperimentalismo di “La Plebe” e il partecipazionismo operaio confluirono nel Socialismo Milanese con la grande tradizione democratica che risaliva a Cattaneo e Ghisleri. Ne fu portavoce “Critica Sociale”, la rivista di F. Turati, per la quale la lotta comunale aveva ben poco di corporativo e localistico, ma rientrava nella lotta che i Socialisti, alla fine dell’800, stavano conducendo per la salvaguardia delle libertà statutarie(richiamo ad oggi: Sovranità del Consiglio Comunale), nonché  per la ricerca di un programma minimo che desse sostanza alla politica di alleanza con la parte democratica della borghesia e ponesse le condizioni reali per l’affermazione graduale del Socialismo.
Lo stesso richiamo dei Socialisti alla tradizione dei Comuni Medievali,(intesi come modelli di un ordinamento di giustizia e di difesa del cittadino, cioè in una funzione giuridico-garantista), obbediva all’intento di riaffermare i valori dell’economia locale, ma soprattutto di collocarsi nell’alveo della storia nazionale come protagonisti, anche attraverso il governo delle amministrazioni locali, di un radicale processo di democratizzazione delle Istituzioni dello Stato Liberale e di emancipazione delle classi lavoratrici.
Il richiamo al “Municipalismo Medievale”, ma ancor più all’individuazione del ruolo delle “Città”, come itinerario peculiare della storia nazionale, fu molto forte. Inoltre, grazie all’accostamento dei Comuni Medievali ai Comuni Inglesi, che prospettava l’identificazione tra libertà dell’Ente Locale e prosperità economica, si stabiliva un nesso tra consolidamento delle prerogative dell’ente locale e modernizzazione-sviluppo produttivo. Ciò avrebbe agevolato la maturazione di una classe dirigente tra i ceti operosi della società in contrapposizione con le vecchie consorterie.
Tra il 1889 e il 1900 i Socialisti conquistarono le prime amministrazioni locali per lo più in alleanza con le forze democratiche, specialmente nella pianura padana. Le esperienze maturate in questo decennio confluirono nel programma amministrativo, ratificato nel Congresso Nazionale di Roma del 1900: esso ebbe un carattere pragmatico e sperimentale intorno alla riaffermazione dell’autonomia del Comune e della priorità della riforma tributaria su criteri di progressività e di graduale abolizione della tassazione indiretta. Conteneva obiettivi di democrazia avanzata come il referendum, la refezione scolastica, istanze per migliorare il tenore di vita materiale e culturale dei lavoratori.
“Il Comune veniva considerato, nello Stato moderno, la cellula vitale, una società funzionante per energie proprie. Pertanto tra Comune e Stato doveva instaurarsi un rapporto paritario a livello contrattuale”.(E. Caldara)
Esaltatosi nell’opposizione prefettizia, ebbe i momenti più significativi di crescita nelle grandi lotte per il consolidamento della democrazia e delle libertà politiche, come nell’opposizione a Crispi, nella svolta liberale degli inizi del 900.
Comune e Libertà furono un binomio difficilmente separabile.
Gli anni tra il 1900 e il 1910 furono caratterizzati dalla fiducia che le finanze locali in difficoltà potessero essere sostenute dalle aziende municipalizzate. I Socialisti si mostrarono prudenti e guardarono con attenzione alle condizioni del mercato: pensarono ad un mercato misto, in cui l’iniziativa privata potesse affiancare la prevalente presenza pubblica.
“Nel governo locale i Socialisti individuarono anche il terreno privilegiato per risvegliare i bisogni individuali e collettivi e il piacere per la vita”.(Claudio Treves)
Appunto la “coscienza dei bisogni” fu posta come obiettivo primario al primo Congresso Nazionale dei consiglieri comunali e provinciali socialisti nel 1910 a Firenze: la difesa dei consumatori, la politica igienico-sanitaria, il tema dell’alimentazione sana, il diritto all’istruzione, la tutela del lavoratore sul posto di lavoro, la cosiddetta medicina sociale tendenzialmente preventiva e rivolta a difendere insieme l’individuo e la società furono settori-chiave della politica amministrativa socialista.
In questo modo il Socialismo Italiano, ad opera soprattutto della componente riformista, si inseriva con forza e originalità nella socialdemocrazia europea, coinvolgendo il governo locale in una strategia politica, che nasceva dalla convinzione che la conquista del potere politico avvenisse “attraverso la rigenerazione fisica e morale della classe operaia e la graduale conquista delle municipalità e delle assemblee legislative”.
Questi erano i dettati del , in cui il Comune veniva presentato come “un eccellente laboratorio di vita economica decentrata” e ne veniva sostenuta l’autonomia e la gestione diretta dei servizi.
Nell’immediato anteguerra, alle elezioni amministrative del 1914, i Socialisti conquistarono centinaia di Comuni nel Centro-Nord e, per la prima volta, nel Sud. Nel loro programma amministrativo cercarono di accelerare il processo di trasformazione delle Istituzioni e della società, partendo proprio dalla cellula primaria, il Comune. Emerse una più matura cultura urbana, che li portò verso forme di controllo politico e normativo dei centri urbani, di decentramento, di standard per i servizi sociali e civili, secondo una nuova concezione, in cui Ambiente e Vita, Salute e Formazione del cittadino erano strettamente collegati. L’azione dei pubblici poteri aveva il carattere della “previdenza sociale”.
Tra il 1916 e il 1920 il tema della dimensione dell’Ente Locale acquistò un’importanza notevole a causa delle necessità di creare strutture intermedie tra Comune e Stato, come consorzi intercomunali o consorzi con altri enti pubblici e privati, in particolare per la gestione dei servizi di pubblica utilità.
Il problema dell’autonomia non veniva più inteso come difesa dall’autorità prefettizia, ma come somma di facoltà specifiche e distinte. Per iniziativa di G. Matteotti fu avanzata la proposta di un insieme  di misure tributarie, basate sul concetto dell’assoluta indipendenza della finanza comunale da quella statale. Attraverso la pubblicazione di periodici, che illustravano la vita cittadina furono ricercati il contatto e la collaborazione con la popolazione e con le associazioni di categoria e fu avviata un’opera di educazione sociale e civile dei cittadini. Non meno importante fu il risultato sul piano della creazione delle infrastrutture e della gestione dei servizi sociali, di avvicinare i centri storici alle periferie, secondo una visione nuova delle città.
Negli anni del primo conflitto mondiale “i municipi socialisti conciliarono egregiamente progresso e umanità”, per dirla con le parole di Turati. Il Comune divenne il centro dell’assistenza civile verso i più bisognosi.
L’onda lunga iniziata nel 1914, che aveva toccato il momento più alto nel 1919-1920, declinava sempre più rapidamente fino all’arresto imposto dal Fascismo.
Certo di quella esperienza non mancarono i limiti, a cominciare dal “localismo”, che offrì agli assalti squadristici l’occasione di attaccare le amministrazioni rosse! Tuttavia, laddove i Socialisti avevano meglio operato, il movimento socialista si trasformò in una forza di governo, che creò e consolidò istituzioni storiche della nostra stessa democrazia.
Rilanciamo la nostra iniziativa politica, ripartendo dai territori, dai Municipi, presentando idee e proposte concrete, da far camminare sulle gambe degli uomini, come diceva Nenni!
Facciamolo  perseguendo l’obiettivo della centralità della costruzione di un polo riformista. Un polo che unisca forze di ispirazione socialista, repubblicana, liberaldemocratica, cattolico-democratica e radical-democratica.
Historia docet!

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