INTERVISTA A FELICE IOSSA

di  Felice Massimo De Falco

 

La crisi dei partiti, la domanda di rappresentanza, un riformismo forte da collante culturale del Paese, l’importanza del Mediterraneo, il ruolo del sindacato e la transizione ecologica: sono i temi trattati dall’ex on. Felice Iossa in questa intervista

Felice Iossa, c’è una forte crisi di rappresentanza da parte degli attori politici attuali. La pandemia è stata uno spartiacque tra politica e società. Come se ne esce?

R. I partiti e movimenti tradizionali vivono un profondo malessere perché non sono più i vettori politici-culturali del Paese, non hanno un collante che li renda credibili. Essi sono stati partoriti senza il filtro della selezione e competenza. Manca un substrato culturale forte, come poteva e può essere il riformismo socialista che sa tenere insieme bisogni e meriti. Io sono per un socialismo internazionalista che impregni la società a tutto tondo.

Si parla di un contenitore di centro che possa attirare anche i riformisti, che ne pensa?

R. Il centro è un approdo misterioso e navigato da propositi di attori che si muovono come prime donne. Giocano al protagonismo solitario, quando invece bisognerebbe mettere da parte tutto questo e guardare al centro come ad un polo innovativo, avanguardista, includente. Il riformismo potrebbe essere la cultura di riferimento di un nuovo consorzio politico che condizioni la vita reale della gente

Il riformismo socialista ha avuto anche ripercussioni politiche negli States

R. La Clinton ha perso perché si è incamminata verso una direzione spuria, senza dar conto alle nuove identità Trumpiste che fiorivano negli stati periferici, allontanando da se la domanda di rassicurazione che proveniva. Biden lo ha capito, nel senso che ha investito nella ricostruzione sociale dei ghettizzati e ha vinto alleandosi coi socialisti.

Come si risponde alla domanda di rappresentanza che chiede il Paese?

R. Con il ritorno alla preparazione, all’allenamento civile attraverso i luoghi di discussione. Prima c’erano le scuole di partito dalle quali uscivano i futuri rappresentanti del popolo. Oggi non ci sono filtri. Si ricoprono per caso cariche istituzionali che andrebbero accompagnate da istruzione.
Anche il sindacato deve cambiare?
Il sindacato deve smettere i panni di una corporazione rivendicazionista, deve allearsi con l’impresa, entrare nei Cda, condividere gioie e dolori di un’impresa. È un cambio di passo culturale che Marchionne ha accennato, ma che deve rinforzarsi.

Lo Stato deve entrare nell’economia?

Secondo me si, lo Stato ha avuto sempre un ruolo centrale per gradualizzare le differenze economiche della popolazione. Si ricordi della Cassa per il Mezzogiorno che accorció il divario tra Nord e Sud. Oggi abbiamo un duplice problema: le crisi delle industrie del Mezzogiorno e la transazione ecologica. Molte figure lavorative cambieranno pelle. Ci vuole la mano dello Stato per accompagnare il lavoratore ad una formazione idonea e reinserirlo. Il Mediterraneo, per esempio, è uno snodo che non possiamo dismettere. Dobbiamo avere la capacità come Mezzogiorno di saper spendere bene i fondi del PNRR, per dotare questa area di infrastrutture materiali ed immateriali. Dobbiamo incentivare la portualità, la collegabilità sia su ferro che su gomma, in modo tale da creare un volano economico importante per il Mezzogiorno, perché il Mediterraneo è il mare dove avvengono i maggiori scambi commerciali con i paesi asiatici e africani. Se cresce il Sud, cresce il resto del Paese.

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