LA CRISI DELLA PASSIONE CIVILE E LA MISTICA DEL CENTRO

 

 

di  Felice Massimo De Falco

“Finale di partito” è il titolo eloquente di un saggio del sociologo Marco Revelli, uscito qualche anno addietro, che forse più sintetizza la crisi dei tradizionali partiti a favore di un qualunquismo sparso che non ha colori, segue l’humus del momento e si distanzia dalle classiche collocazioni. Quando uscì il libro, eravamo nel boom del grillismo che riusciva a rastrellare questi “voti apolidi” e trasformarli in consenso elettorale. Poi, una volta al governo, si sono rivelati perniciosi rappresentanti istituzionali e il governo del reale li ha fatti fare retroguardia su tutti i temi che propalavano risolvere. E la crisi di rappresentanza è riemersa vorticosamente.
Era in atto una mutazione del tradizionale protagonista della nostra democrazia: il partito politico. Come l’impresa ha trasformato la sua struttura dopo la crisi del fordismo, cosí i partiti hanno cambiato natura dentro una clamorosa crisi di fiducia. E talvolta sono finiti. La gente rimane a casa al momento del voto, ogni volta sempre più. Nemmeno le tornate dove si dovrebbe registrare l’acme della partecipazione, come le amministrative, non smuovono più la passione civile degli italiani. Se si pensa che gli ultimi sindaci sono stati eletti con meno del 50% degli aventi diritto. Si dice che questa “massa erratica” non abbia punti di riferimento e che uno vale l’altro. Ció non è sempre riscontrabile, ci sono bravi amministratori che meritano sostegno come ci sono avventori del potere che lasciano a desiderare. Finite le scuole di partito è di formazione politica-sociale, l’attenzione per la cosa pubblica si è liquefatta a favore di avventati attori che hanno dato la stura all’incompetenza al potere. Nessuna riunione, niente iscritti, nessuna tessera, nessuna passione, liturgie nullificate, ma solo arrivismo edulcorato da missioni salvifiche delle Repubblica. La politica dovrebbe essere inclusione di giovani capaci e volenterosi. Purtroppo, oggi, la politica è assegnazione di ruoli in base a rapporti di conoscenza e di promesse ricambiate. C’erano le Frattocchie, la Camilluccia, gli oratori salesiani e le sedi dei partiti che erano affollate come l’anticamera degli studi medici. C’erano le lente e prolungate discussioni, le baruffe di mezzanotte tra attacchini, i congressi che stilavano le sorti del Paese imponendo il proprio marchio decisorio. La politica muoveva la società, la plasmava in ogni sua variabile culturale, dai giornali alla musica. Oggi la politica figura come variabile trascurata nella costruzione di una società. La politica, attivano passiva, forgiava la personalità di una nazione. Era “sangue e merda” per dirla col socialista Rino Formica. Allenava alla competizione, al ragionamento, al problem solving. L’avvento della comunicazione spinta che in qualche modo facilita il rapporto tra elettore e politico, ha finito per mangiarsi i contenuti a favore della ricerca spasmodica dei followers. Ció ha determinato la disintermediazione tra politica e società, a danno del ragionamento compiuto. Vale l’emozione che suscita l’istante, il pensiero breve, l’esternazione senza contro risposta. La crisi della politica, la perdita del suo primato, è proporzionale alla crisi economica. Non ultima la pandemia, ha disorientato il popolo che ha ritenuto la politica non subalterna ai propri bisogni materiali. Una “congrega degli apoti” per dirla con Giuseppe Prezzolini, una società che non se la beve. La “politica è bella” diceva sul letto morente Peppino Torrenuova nel film Baaria. Oggi la politica non è più recettore delle istanze popolari. L’attenzione di politici e sondaggisti si concentra qui, su questo gruppone orfano, spesso appartenente alla classe medio-piccola che deve sbarcare il lunario oggi, mentre prima si sentiva più garantito socialmente. Sono i cosiddetti moderati, quelli che costituiscono il fulcro dell’Italia che funziona e produce, nonostante il disinteresse per la politica. A questi guardano i politici con l’intenzione di squarciare la crisi dei partiti e formare un contenitore iridato di riformisti, cattolici, repubblicani, ex elettori dei partiti della prima Repubblica. Un “terzo includente”, per dirla con Norberto Bobbio, capace di orientare le maggioranze di destra o di sinistra. Si parla degli attori: Renzi, Calenda, Carfagna, parte di Forza Italia. Degni promotori, ma forse surclassati da un solipsismo personale che mal si adegua per formare un partito trasversale che condizioni la politica positivamente e rifaccia tornare agli astensionisti la voglia di passione civile. Una mistica di Centro e centrale che scalzi i sovversivismi di destra e di sinistra partendo dai temi. Credo che una nuova toponomastica dei partiti possa esordire con le votazioni segrete per l’elezione del Capo dello Stato, laddove possono convergere inedite conformazioni politiche. Gli italiani non sono nuovi a disillusioni. Da Tangentopoli, alle stragi mafiose, alle continue inchieste di corruzione e scandali, l’ascesa/discesa del berlusconismo e del grillismo. Queste sono le topiche del malessere che hanno portato gli astensionisti ad essere il primo partito italiano. Resta che l’indice di disaffezione è legato alla vacuità di questa classe dirigente. Nessuno ha ricette magiche, gli italiani lo sanno. Nessuno si aspetti palingenesi da una classe dirigente “dimezzata” direbbe Calvino, ma almeno si può puntare alla credibilità. Bisogna provarci. E anche presto. Il centro è una mistica, un luogo politico talvolta misterioso, fatto di mille anfratti culturali, solcato vanamente da tanti ma molto redditizio politicamente. Si faccia presto.

 

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