QUELLA GIOVENTÙ SENZA MEMORIA E IDENTITÀ POLITICA

di  Felice Massimo De Falco

C’erano le Frattocchie dei “rossi”, la Camilluccia dei democristiani, c’era la scuola socialista di Mondo Operaio con le sue infinite diaspore, le stanze dell’ex segreterie di partito fumose dopo accesi dibattiti, c’erano i luoghi di formazione politico-sociale, le parrocchie, gli oratori salesiani, i digiuni di Pannella, l’ascolto supino di chi aveva qualcosa da trasmettere, lo scontro fisico e verbale per accaparrarsi una ragione, i tazebao che facevano da strilloni, i giornali di partito, i sindacati rivendicazionisti che tutelavano davvero la classe operaia, c’era un trasognante ardore nel prendere parte, ognuno a modo suo, alla vita politica del Paese.

C’era furore nelle viscere dei giovani, voglia di emergere e di arrivare. Fucine di una classe dirigente che avrebbe guidato gli anfratti del potere. C’era un fermento giovanile che guardava al futuro. Generazioni baldanzose che hanno tracciato la storia dell’Italia.

La classe che ha fatto il 68’ e il 77’, la lotta imborghesita poi contro la “noia al potere”, per dirla con Pasolini. C’era una spinta propulsiva verso l’interesse pubblico è una Prima Repubblica da smembrare dalla sua “stantìa” routine, icona di un compromesso culturale indigesto.

Ma da questo acceso calderone è uscita fuori la classe che ha dominato l’Italia. Era il green pass di cursus honoris di rampanti giovani responsabilizzati da anni di fermentazione pubblica. Politici, giornalisti, sindacalisti, agit-prop avranno poi colonizzato i luoghi di formazione dell’opinione pubblica predominante.

Giganti sulle spalle del Paese che si rispettavano tra loro pur nella diversità. C’era una smodata affezione giovanile per la cosa pubblica. E la politica ricambiava l’interesse assorbendo a sè i migliori della classe, quando ancora la politica faceva da filtro culturale tra istituzione e società.

La politica era primazia: avvolgeva ogni spazio pubblico, era il primo fattore a forgiare la società, dal lavoro, la musica e i mood esistenziali del popolo. La politica investiva nella società, offrendo a tutti una leva sociale.

Poi Tangentopoli ha innescato una graduale cesura tra giovani e politica. La corruzione, gli scandali, gli arresti, le monetine contro Craxi fuori al Raphael. Una primordiale disaffezione verso la politica fino all’escalation di Silvio Berlusconi che ha inaugurato la seconda Repubblica, spargendo il seme della speranza per tanti italiani, compresi i più giovani. Ma il sabba giovanistico dell’ex Cavaliere ha disilluso, creando un vulnus profondo tra giovani e partecipazione democratica. Gente di poco conto cooptata nelle istituzioni per ragioni poche chiare. L’avvento del grillismo è stato un fenomeno controverso.

Se da un lato, quel visionario di Casaleggio aveva intuito che il web era la nuova frontiera per recuperare il partecipazionismo, l’avvento di un agorà democratico ha dato adito alla conformazione di una “folla solitaria”, per dirla con Riesman, che non si confrontava ma recepiva messaggi spesso falsati. Uno vale uno. Di qui la crescita di una classe “dimezzata” che ha dato la stura all’incompetenza e tracciato un solco funesto nelle istituzioni, portando in Parlamento gente senza arte nè parte.

Il fenomeno Casaleggio ha avuto successo ai suoi esordi: si era ricreato un confuso movimentismo di giovani, ma senza memoria storia nè identità. Tant’è che l’epilogo è stato disastroso, aprendo la strada a teorie e personaggi di dubbio valore. La mai nata Terza Repubblica si è impelagata nella disaffezione e indifferenza, incrementando i giovani che vanno a lavorare all’estero, perché qui in Italia nessuno investe in loro. Allora che fare? Indietro non si torna in politica. Oggi le segreterie di partito sono deserte, solo qualche sparuto sbarbatello che macina passione civile.

Ci vogliono le scuole di partito, i più anziani si facciano da parte e trasmettano il mestiere ai più giovani; ci vuole una muscolare riverniciata giovanilistica che passa sotto il filtro dello studio, la competenza, la passione. Non è per niente facile, ma è l’unica strada da percorrere per far rifiorire l’amor di Patria. Non possiamo rischiare di non avere più una degna classe dirigente.

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