ITALIA IN CHIARO – OSCURO

di  Salvatore Sannino

Un tempo i simpatizzati comunisti erano adusi scrivere sui muri: ”stragi e complotti, portano la firma di Craxi ed Andreotti”. Poi si è visto come è finita. Il primo con più avvisi di Totò Riina, considerato il crocevia di tutte le tangenti che giravano in Italia, anche se di queste, non se ne è trovata una che avesse sostenuto un arricchimento personale. Il secondo responsabile di tutte le vicende di cronaca degli ultimi 50 anni del secolo scorso. Anche di questo, per gli affezionati di noir, se ne sono trovate le stimmate. Ma tant’è. Oggi però su questo tema si è molto distratti. Anche se c’è chi segnala qualche cosa che potrebbe far pensare a giochi di potere, quanto meno oscuri. E’ nientemeno l’ex presidente dell’ANM, autore di un best seller sul ruolo della magistratura nelle scelte politiche degli ultimi trent’anni, cosa avvenuta in spregio al dettato costituzionale, ma che, guarda caso, è quasi non considerato dai tanti, troppi talk televisivi che affollano le nostre emittenti: Luca Palamara. Che tuttavia non si ferma e pubblica un secondo testo con il direttore di Libero Alessandro Sallusti: «Lobby&Logge», edito da Rizzoli.

Nel saggio si usa, per citare un passaggio, la parola “Sparatoria”, per definire la rappresaglia contro Matteo Renzi. L’anno focale è il 2017. L’arco temporale individuato arriva ai nostri tempi. C’’è un passaggio in cui l’ex presidente dell’Anm risponde ad una domanda di Sallusti sull’incontro all’autogrill di Fiano Romano, ossia sul faccia a faccia tra l’ex premier e l’ex 007 Marco Mancini. Palamara non crede alla narrativa di Report: la versione per cui l’appuntamento sarebbe stato filmato «per caso» non è ritenuta plausibile. Anzi, per l’ex Anm si può dire «che una parte del mondo istituzionale legato ai servizi voleva far fuori Matteo Renzi». Il motivo dell’offensiva contro il renzismo è considerato politico: «…la sopravvivenza dell’ultima cellula del comunismo europeo, che Renzi voleva, e in parte era riuscito, a rottamare». La «ditta» contro la novità: è questa la chiave di lettura. Ne viene fuori un capitolo in cui, mediante il classico botta e risposta, vengono ripercorse le tappe di una battaglia sui livelli apicali dello Stato. Renzi avrebbe preferito Michele Adinolfi come vertice della Guardia di Finanza ma il generale viene «bruciato» a ridosso del possibile incarico. Come? Per via di «un’operazione perfetta coordinata tra magistrati e giornalisti amici», dice Palamara. Il Fatto Quotidiano pubblica una telefonata Renzi-Adinolfi. Sono chiacchiere – quelle tra i due – ma riguardano anche Enrico Letta, che era il premier. E tanto basta. Il contenuto emerge – annota l’ex Anm – perché «i collaboratori di Woodcock, Gianpaolo Scafarto e Sergio De Caprio… aggiunsero a pagina 470 del fascicolo la telefonata tra Adinolfi e Renzi». L’inchiesta è la Cpl-Concordia. La stessa con cui, per chi ha scritto il libro, la telefonata Renzi-Adinolfi nulla avrebbe a che fare. Non è finita: arriva la «sparatoria» per cui tre renziani vengono «azzoppati» dalla «procura di Napoli» e dal «duo Scafarto-De Caprio». Si legge di Luca Lotti, del comandante generale dei Carabinieri Del Sette e di quello della Toscana Saltalamacchia. Poi l’ex magistrato immortala un «colpo di grazia» al renzismo: «…una manina sposta De Caprio e il suo gruppo dal Noe dei Carabinieri al cuore dei servizi segreti». Trattasi, fa presente Palamara, di «nemici di Renzi». L’ex capo dell’Anm prosegue sostenendo che, «secondo i renziani», esiste pure un «regista»: Palamara fa il nome dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti. Infine si passa ai giorni nostri, con l’apertura del «fronte fiorentino». Due filoni: quello sui genitori di Renzi e l’inchiesta Open. Quella per cui, ieri, è stato chiesto il rinvio a giudizio, tra gli altri, dell’ex premier, della Boschi e di Carrai.

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