ANCORA L’OTTO MARZO?

a cura di Caterina De Falco

L’8 marzo è ormai universalmente identificato come la festa della donna. Parlare di festa però è improprio: questa giornata è infatti dedicata al ricordo e alla riflessione sulle conquiste politiche, sociali, economiche del genere femminile, dunque è più corretto parlare di giornata internazionale della donna. Ma ogni anno che passa questa giornata diventa sempre più un evento colmo di parole mimose e slogan e povero di azioni concrete volte al rispetto della donna come persona portatrice di diritti. A riprova di questo è l’istituzione della giornata mondiale contro la violenza  sulle donne, il 25 novembre, penso che sia piuttosto contraddittorio ricordare le conquiste dell’universo femminile e poi ci si accorge che ancora oggi il panorama di violenze che la donna subisce è ampio( tocca sia l’ambito sociale che privato) forbito (solo nel 2021 ci sono state 116 vittime donne di cui 100 uccise in ambito familiare o affettivo; di queste, 68 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex partner) e molto articolato( lavoro, casa, studio). Centinaia di milioni di persone subiscono discriminazioni nel mondo del lavoro. Questo preoccupante fenomeno non solo viola i diritti fondamentali ma ha anche conseguenze rilevanti dal punto di vista economico e sociale. La donna sta assumendo una posizione sempre più importante nel lavoro per la sua capacità di rivestire molteplici ruoli adattandosi a tempi poco flessibili. Nonostante i progressi sperimentati negli ultimi anni, le discriminazioni contro le donne e il divario di genere nel mondo del lavoro persistono ancora in molti paesi del mondo. Le donne sono ancora lontane dal raggiungimento dell’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro e, in molte parti del mondo, sono intrappolate in lavori poco qualificati e retribuite in maniera inferiore rispetto agli uomini. Spesso le discriminazioni si fondano sulla consapevolezza che la donna può assentarsi dal lavoro causa periodo di gravidanza, quindi sul fatto che la donna sia produttivamente inferiore. La parità di genere è strettamente legata alla giustizia sociale la nostra Costituzione lo riporta più volte e specificatamente nell’articolo 37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.” rappresenta uno degli Obietti cardine dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Eppure ancora oggi queste bellissime dichiarazioni di intento stentano a diventare realtà. L’Italia è penultima in Europa per partecipazione femminile al mercato del lavoro. Peggio di noi fa solo la Grecia. Solo una donna su due in età lavorativa è attiva. Sono alte le percentuali delle dimissioni volontarie di lavoratrici madri mentre il numero delle posizioni dirigenziali nelle aziende private italiane ricoperto da donne è sempre più basso. Nelle coppie con figli e in cui entrambi i partner lavorano, le donne dedicano una parte maggiore del proprio tempo al lavoro familiare, mentre per gli uomini la percentuale è molto bassa. Le donne sono quindi ancora oggi un passo indietro. La parità di opportunità non si è verificata, in un contesto sociale, quello italiano, che su molti fronti è ancora ben lontano dal concepire i ruoli del maschile e del femminile come bilanciati.

Lavoro, famiglia, istruzione, violenza, e recentemente anche nuove tecnologie, sono tutti ambiti in cui vanno intraprese azioni positive per la parità. Queste azioni devono andare in una duplice direzione: da una parte servono riforme strutturali, dall’altra un grande cambiamento culturale che deve coinvolgere in modo trasversale tutti gli ambiti famiglia, scuola, società. Insegnare alle bambine e ai bambini, e alle loro famiglie, che il genere non deve essere discriminante nella scelta del loro percorso educativo, ma anche più in generale che il double standard, ovvero un giudizio negativo nei confronti di un comportamento solo se a compierlo è uno dei due generi, è solo un retaggio culturale, sono delle priorità. Chi si affaccia oggi e si affaccerà nel prossimo futuro nelle relazioni, che siano personali o mediate, online, dovrebbe avere ben chiaro il concetto di parità, ma anche quello di rispetto. Agire sulla cultura della parità dei generi non può che avere un risvolto positivo per tutte e tutti.

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