UN’EMANCIPAZIONE PERENNEMENTE IN NUCE

a cura di Raffaella Carannante

Nel “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa leggiamo ancora una verità assoluta: tutto cambia perché nulla cambi.

Quella della donna e del suo ruolo nella società di ieri come di oggi, altro non è che la lunga storia di una discriminazione tollerata, perché data come biologicamente determinata, quindi come fatto naturale e non culturale, rendendola in tal modo accettabile alle donne stesse.

Ecco, quindi, come nei secoli la differenza di genere strumentalizzata ha determinato specifici percorsi di costruzione della realtà sociale dell’uomo e della donna e delle loro dinamiche relazionali.

Questo contesto storico, culturale e sociale, nel cui ambito un ruolo fondamentale è stato giocato anche dalle religioni che, seppure con modalità differenti, hanno avallato nei fatti la discriminazione femminile nel corso della storia, ha determinato l’attuale stato di partecipazione politica attiva delle donne nelle società moderne

L’8 marzo, giornata dedicata alla Festa delle Donne, in memoria del tragico evento del lontano 1908, ha nel corso degli anni perso sempre più il contatto con le sue radici storiche per abdicare in favore di un’ennesima occasione di svilimento della figura femminile.

Quest’anno, invece, l’8 marzo deve tornare a riempirsi del proprio significato originario: un “NO” fermo ai soprusi, alla violenza, al non rispetto dei valori e della dignità umana.

Nel 2022 accade l’impensabile: il mondo inorridisce e guarda attonito e sgomento la tragedia che si consuma in Ucraina, i giochi di potere tra Russia, Usa, Cina e UE, trema per la minaccia di una terza guerra mondiale, questa volta nucleare e senza via di scampo.

È da giorni ormai che sono in corso le trattative tra Russia e Ucraina, da una parte Putin e dall’altra Zalenzky, da una parte gli USA con Biden e dall’altra la Cina con Xi Jinping, e poi la Bielorussia con Lukashenko, la Francia con Macron, la Germania con Scholz, la nostra Italia con Draghi. Unica, timida, ma determinata voce femminile è quella di Ursula von der Leyen.

Al tavolo delle trattative siedono soltanto uomini.

Eppure, nelle immagini che scorrono in TV sono tante le storie di donne che, oggi come ieri, con coraggio stanno affrontando questo momento di estrema difficoltà. Sono donne che restano o tornano per combattere, per difendere il proprio paese, le proprie scelte, il diritto alla libertà, per proteggere i propri figli, per continuare a svolgere il proprio lavoro di medico o giornalista, donne che non hanno meno paura degli uomini e nemmeno meno coraggio, ma che la storia, passato il momento contingente, cancellerà relegandole nuovamente al ruolo di Cenerentola.

L’8 marzo quest’anno deve essere per loro, deve essere dedicato a tutte quelle donne che continuano ostinatamente a voler dire la loro.

Penso che sia plausibile immaginare che, se al comando delle grandi potenze ci fossero donne, sarebbe molto più improbabile rasentare il rischio di una guerra mondiale o comunque assistere ad atti di violenza e spargimenti di sangue brutali come quelli che stanno avvenendo in Ucraina o che da tempo affliggono i paesi dell’Africa.

“Non c’è occupazione che sia propria dell’uomo e della donna necessariamente, se una donna ha l’attitudine a governare lo può fare meglio di un uomo” (Platone, V libro della Repubblica)

Vorrei soffermarmi a riflettere su un insegnamento che arriva dal mondo antico e parlare di “governance” al femminile.

Le donne hanno il dovere di coltivare il culto della memoria per non dimenticare anni di umiliazione e sottomissione. I passi delle donne verso la propria emancipazione sono stati nella storia talvolta plateali talaltra invisibili.

Nel lontano 1872, quando Victoria Woodhull si candidò alla Presidenza degli Stati Uniti, il mondo rise; pochi anni dopo nasceva Rose Elisabeth Fitzgerald Kennedy che, invisibile e silenziosa, introdusse i suoi figli alla vita politica, dando vita alla dinastia dei Kennedy. Fu poi la volta di Condoleeza Rice, Segretario di Stato dell’amministrazione Bush, e del Primo Ministro Inglese Margareth Tacher, la “lady di ferro”. Due donne diverse ma con un identico modo di approcciare al mondo politico: celare le proprie emozioni, rendere invisibile la propria femminilità per essere credibili.

Certamente si è fatta tanta strada da quel lontano 1872 al 2008, quando il mondo anziché ridere, è rimasto col fiato sospeso nell’attesa dell’esito della battaglia per la presidenza degli Stati Uniti fra i due candidati democratici Hillary Clinton e Barak Obama; ancora una volta le donne dovranno attendere tempi più maturi, alla storia passerà Obama, primo afroamericano alla Casa Bianca.

Eppure, nonostante la strada fatta, fermandosi ci si rende conto di aver compiuto soltanto pochi passi. Tutto in fondo è immutato o quasi.

Le donne sono ancora indietro e non soltanto nel mondo politico, ma anche in quello scientifico e accademico.

L’Italia, in tal senso, è purtroppo ancora fanalino di coda rispetto alle altre realtà europee per quanto concerne l’esclusione delle donne dai posti apicali del potere, contravvenendo alla nostra Costituzione, in particolare al comma 1 e 2 dell’art. 3 e all’art 51.

La diffusa verticalizzazione della marginalità della presenza femminile è un problema che investe la vita delle donne in tutti gli ambiti, dal privato al sociale e a tutti i livelli gerarchici.

I fattori di esclusione femminile rispetto alla gestione della res publica, o forse dovrei dire ancora troppo res hominis, sono di vario genere, ma tutti figli di un fattore principale: quello culturale.

Cambiare la cultura di una società è un’operazione che richiede tempi di adattamento ed interiorizzazione delle conquiste fatte sulla carta dalle donne, ma non ancora entrate a far parte della coscienza collettiva.

In un contesto socioculturale così complesso, come quello moderno, la proposta dell’Avanti, che affonda orgogliosamente le sue radici storiche in un socialismo attento al femminile (nel 1897 nasce il Movimento Femminile Socialista Italiano), di puntare sul concetto non di parità, ma di equità, trova forte eco nel mondo femminile. Questo vuol dire che parlare di Pari Opportunità non significa il diritto di essere elette a tutti i costi perché donne, ma il diritto a condizioni di reale parità rispetto agli uomini, in vista di un’equa rappresentanza, figlia di una compiuta democrazia rappresentativa, laddove la presenza della donna non si esaurisca nel genere che rappresenta e che le differenze individuali diventino risorsa.

Il modello di partecipazione alla vita politica dei cittadini e delle cittadine proposto dall’Avanti parte dal recupero degli ideali di amicizia, solidarietà, libertà, equità, e dall’attenzione alla conoscenza come fatto imprescindibile, perché è a partire da questo che si muovono le azioni umane, affinché una politica sana riprenda a scorrere nelle vene della società e regali ai nostri figli e alle nostre figlie un futuro e una politica più a dimensione umana, più rosa.

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