CHI ERA GIOVANNI FALCONE (la Cultura della Legalità)

a cura di Francesca Frisano

Giovanni Falcone “non voleva essere un eroe, ma un bravo magistrato”, al servizio dello Stato in ossequio alla giustizia ed alla legalità.
Già alla fine degli anni ’80 è il giudice più famoso del mondo: ha indagato Cosa Nostra, ha colpito la Cupola Mafiosa, ha istituito un metodo investigativo nuovo, fondato sulla “cultura della prova”, e perseguito con rigore, con competenza ed una preparazione specifica. “Per entrare nel mondo mafioso, bisogna conoscere le sue regole, il suo linguaggio, la sua gestualità, la sua barbarie”, affermava. Per leggere ed interpretare il fenomeno mafia di dimensione internazionale e le sue gravi implicazioni, per ricostruirne le vicende, ritenne necessario ricorrere (giammai affidarsi!) alla collaborazione ed alle confidenze dei “pentiti di mafia”, al fine di rompere quella “omertà”, che da sempre aveva protetto la mafia.
Il suo fu un lavoro capillare di squadra tra magistrati e polizia giudiziaria, operativamente condotto con un fitto intreccio di informazioni, di controlli e di verifiche, nel rispetto del diritto per giungere alla verità.
Falcone, un “Uomo Solo”, subisce sin dal 1988 una “luttuosa” discriminazione: il CSM gli preferisce Antonino Meli a capo del pool antimafia di Palermo, che smonta il maxiprocesso, negando la struttura piramidale di Cosa Nostra e l’esistenza stessa della “Cupola”, fino a sciogliere il pool antimafia. Falcone si sente tradito e rompe antichi legami con il mondo a cui apparteneva. Si getta nella mischia delle lotte di corrente della magistratura associata, fondando una nuova corrente, per diventare membro del nuovo CSM. Ma viene avversato sia dalla parte più conservatrice della magistratura che da quella cosiddetta “progressista”. Non gli si perdonano la ribellione agli ordini di scuderia né i suoi successi personali. Viene sconfitto, umiliato ed emarginato. È bersaglio di un primo attentato nel giugno dell’89, per fortuna sventato! Attentato depistato per evitare che venissero a galla i legami tra mafia e servizi segreti, come lo stesso Falcone ammette. A pochi giorni dall’attentato, viene nominato Procuratore Aggiunto di Palermo. Così può riprendere con spirito alacre il suo lavoro: recupera i rapporti con l’FBI e dà un colpo al narcotraffico internazionale, in un clima di sospetti e di accuse infamanti nei suoi confronti. Le persecuzioni continuano tant’è che egli stesso profetizza: “in Sicilia prima ti isolano, poi ti sporcano, infine ti ammazzano”.
Si scatenano le contestazioni contro il suo operato da parte del “pool dei professionisti dell’antimafia”, com’era sarcasticamente chiamato il movimento capeggiato da Leoluca Orlando Cascio, sindaco di Palermo.
Falcone, con pazienza e resilienza, riesce a sostenere gli attacchi incrociati di magistratura, politica e stampa a lui avversi. Coerente e temerario, insiste nel suo metodo investigativo: definisce ed utilizza “l’indizio, come qualcosa di cui servirsene nell’interesse del l’indiziato…..”; “….. non come strumento che giustifichi un’informazione di garanzia/mandato di cattura.”
Lo spezzettamento delle indagini tra le varie procure, conseguenziale allo scioglimento del pool, le controversie tra Falcone ed altri giudici non solo intralciano, ma vanificano il metodo investigativo, da lui intrapreso. Non, però, la sua lezione morale e professionale: “il mafioso pentito non va utilizzato per portarlo a confermare una tesi prefabbricata…..”; ” così si perde il rispetto,…….e si viene assecondati con la speranza di avere favori e sconti di pena”. “I boss decidono come, quando e cosa dire. Bisogna capire le loro intenzioni, il loro pensiero, per poterli portare verso lo Stato”; per poterli inserire nel discorso legale della ricerca della verità.
Falcone non si cura delle formalità burocratiche di un’indagine: “non è questo il mio modo di fare il giudice istruttore”, diceva amareggiato.
Nominato, agli inizi del 1991, Direttore degli Affari Penali del Ministero della Giustizia, guidato da Claudio Martelli ( fu uno dei primi atti post insediamento da ministro), Falcone intravide subito le possibilità di collusione tra Cosa Nostra e le altre mafie. “Per la lotta alla mafia scelsi il più bravo”, affermava ed afferma Claudio Martelli.
Per il magistrato Falcone, è la mafia ad orientare la politica, non il contrario,consapevole della complessità del fenomeno, delle sue articolazioni e ramificazioni più che consolidate, dei potenti mezzi economici in suo possesso.
A Palermo, in un crescendo di linciaggio morale e professionale, la figura ed il ruolo di Giovanni Falcone avevano subito un drammatico stop. Diversamente a Roma: la sua attività al Ministero, con la creazione della Superprocura e della DIA, infligge un duro colpo a Cosa Nostra. Vincono il coraggio e la legalità. È un importante passo verso la “Giustizia giusta”. Il cammino era iniziato pur tra le tante difficoltà dovute al clima culturale imperversante nella magistratura politicizzata, alla presenza insidiosa della Massoneria e dei “poteri forti”, con cui Cosa Nostra pur “si relazionava”. Di questo Falcone era consapevole e preoccupato, ma non indietreggiò, né vacillò mai.
“La Giornata della Legalità”, che ogni anno si celebra nelle scuole, deve servire ad alimentare l’impegno civico dei giovani, attraverso le testimonianze di chi ha vissuto da vicino quegli anni, per mantenerne viva la memoria.
La Scuola come cantiere educativo e formativo, la Cultura e l’Istruzione come strumenti di elevazione personale, sono gli autentici portali verso un futuro ed una società migliori; sono l’unico viatico per l’autodeterminazione, al fine di contrastare l’ignoranza e l’inerzia, la sopraffazione e la violenza.
Giovanni Falcone ci ha insegnato, al prezzo della vita, come gli ideali di giustizia e di libertà, di lealtà e coerenza debbano illuminare le nostre vite e guidare sempre le nostre scelte.

 

Lascia un commento