ALL’INDOMANI DEL REFERENDUM E DELLE AMMINISTRATIVE

a cura di Francesca Frisano

Parliamone e Guardiamo Avanti!

Si è soliti definire la nostra Costituzione “la più bella del mondo”. Ciò in parte è vero laddove la stessa tratta di principii e di valori, ma si rivela lacunosa laddove definisce e pianifica i poteri dello Stato, soprattutto in tema di “giustizia”.

La “giustizia” è l’aspetto in cui la nostra Costituzione mostra i suoi limiti, a cominciare dallo “stabilire l’obbligatorietà dell’azione penale”, inibendone così la funzione riparatrice e alienandone la gerarchia tra i reati, dai più gravi ai meno gravi, lasciando al solo arbitrio del PM quali perseguire prioritariamente e quali misure di pena applicare. Non trascurabile l’impossibile convivenza tra le norme autoritarie del Codice Fascista ed i principii democratici introdotti dalle norme del Codice Vassalli nel 1988. Quest’ultimo, introducendo la parità tra accusa e difesa, sotto certi aspetti ha aggravato la situazione, nel senso che tale “novità” avrebbe meritato una grande e coerente riforma della giustizia che non c’è stata per insipienza e/o scarsa volontà dei governi e dei parlamenti che, nel corso degli anni, si sono succeduti.

Votare il Referendum sarebbe stata una chiara manifestazione di responsabilità e di civiltà da parte dei cittadini; votare SÌ ai 5 quesiti referendari avrebbe evitato che la “timida” riforma Cartabia fosse rimasta tale; avrebbe liberato il Paese dalle gravi conseguenze del giustizialismo, lesivo dei ” diritti fondamentali” della persona; avrebbe spazzato via le degenerazioni del sistema correntizio e l’ingiustificabile commistione tra magistratura e politica nell’esercizio della giustizia.

Invece “spiagge piene e urne vuote”! Solo il 20% vota SÌ: sconfitto il garantismo, sconfitta la democrazia. Il Referendum, essendo strumento della democrazia diretta, non delegata (ex art. 75 della Costituzione Italiana), avrebbe dovuto indurre il cittadino ad esercitare le sue prerogative decisionali. Ma in questa occasione non è stato così! E ciò dimostra una grave disaffezione dalle urne! Cosicché dei 5 quesiti, tre (3°,4°,5°) sono stati assorbiti dalla “fragile” Riforma Cartabia; è rimasto il compromesso a ribasso per le cosiddette “porte girevoli” tra PM e Giudice, per la candidatura a membri del CSM, per la partecipazione degli avvocati cassazionisti alla valutazione dell’operato dei magistrati. Resta in vigore la legge Severino in violazione all’art. 27 comma 2 della Costituzione; come pure la custodia cautelare per gli imputati innocenti in attesa di giudizio, e ciò in violazione degli artt.13 e 27 comma 3 della Costituzione.

La Riforma approvata si rivela, purtroppo, “un’occasione mancata”, nonostante la presenza stimabilissima al ministero di Grazia e Giustizia della dott.ssa Marta Cartabia di indubbia cultura garantista e costituzionalista. Pur riconoscendo alla ministra Cartabia alcuni meriti, tra i quali il coraggio “nell’aver scoperchiato il vaso” dopo decenni di putrida stagnazione, la pazienza nell’opera di mediazione e la fermezza nell’aver introdotto il principio della “giustizia riparativa”, non posso esimermi dal rilevare che la “sua riforma” è frutto di mediazioni tra i partiti che compongono la “variegata” maggioranza; che è intrisa di emendamenti da parte di certi partiti spesso in contraddizione con la propria tradizione e cultura, per obbligo al voto opportunistico di schieramento ( mi riferisco in particolare al PD soggiacente ai 5S. Non sembrerebbe di vivere in un Paese democratico-liberale, con un Parlamento così affastellato e compromesso!

La Riforma Cartabia è stata approvata in Senato con 173 sì, 37 no e 16 astenuti, confermando il testo già licenziato alla Camera: dunque è Legge, sicché l’ imminente rinnovo del CSM si svolgerà con le nuove regole.

È d’obbligo ora passare ad esaminare alcuni punti chiaramente identificativi del “gioco delle parti”.

Per quanto riguarda il CSM, la nuova legge elettorale prevede un mix tra maggioritario e proporzionale, un aumento dei Consiglieri a 30 (20 togati, 10 laici + i 3 componenti di diritto); candidature senza liste; obbligatorietà delle audizioni dei candidati per un migliore confronto dei rispettivi profili; pagelle di valutazione della professionalità dei magistrati, nei consigli giudiziari, anche da parte degli avvocati, a determinate condizioni. Debutta il “fascicolo personale” che comprenderà tutta l’attività svolta dai magistrati anno per anno. Si specifica che i magistrati, con incarichi elettivi e governativi sia a livello nazionale che locale, non potranno esercitare contemporaneamente le funzioni giurisdizionali (per loro scatta l’aspettativa); né potranno più rientrare per ricoprire il ruolo giurisdizionale. Per gli incarichi nella P.A., al termine del mandato, il rientro nella funzione giurisdizionale sarà regolato da una scaletta tra posizioni apicali e non, e dalla durata del mandato.

Circa la “separazione delle carriere”, la riforma ammette un solo passaggio di funzione tra magistratura requirente e quella giudicante, entro 10 anni (compresi i 18 mesi di tirocinio) dall’assegnazione della prima sede. Il limite non opera per il passaggio al settore civile, né in quello dal civile alla funzione requirente, né per l’ingresso in Procura Generale presso la Cassazione. Il Segretario Generale del CSM non potrà più essere scelto dal Plenum, ma verrà individuato dal Comitato di Presidenza, e successivamente approvato dal Plenum. Si sposta così tale nomina su un organo “tecnico” che fa capo al Presidente della Repubblica: questo, per sottrarla alla logica di accordi “correntizi”.Purtroppo, però, appaiono insufficienti gli “argini” posti allo strapotere del CSM: i poteri del CSM permangono per lo più invariati, perché la nuova legge elettorale, basata su un sistema maggioritario binominale con correttivo proporzionale, servirà a ben poco.
La “legge” appare anacronistica nell’era post-Palamara, in quanto non salvaguarda i principii irrinunciabili, tra i quali “l’imparzialità della magistratura”. Si è seguita, ancora una volta, la linea dei “ritocchi”, più che quella di una seria riforma costituzionale!

“Rappresenta, comunque, il massimo possibile da una difficilissima mediazione nella maggioranza che, proprio sui temi della giustizia, sconta le distanze più incolmabili”.(Giandomenico Caiazza, presidente delle Camere Penali). Giudizio che condivido, anche se con profonda amarezza.
Cosa spetta fare a noi? Ripartire da qui per sollecitare un rapido e rigoroso completamento della riforma della “Giustizia Giusta”( remake dello slogan coniato da socialisti e radicali sull’ onda del “caso Tortora”, vittima innocente della “mala giustizia”).

Non è possibile mantenere in vita la legge Severino; non è giusto né civile abusare della custodia cautelare fino a trasformarla in vera e propria detenzione, calpestando quelli che sono “i diritti fondamentali della persona”, di cui ho già scritto in altre pagine del nostro giornale.

Claudio Martelli, direttore dell’Avanti!, attraverso il giornale e tramite i Circoli dell’Avanti!, deve continuare a farsi promotore di iniziative atte ad incalzare Parlamento e Governo a portare a compimento in maniera più incisiva e risolutiva il percorso legislativo appena iniziato, affinché si affronti la “Giustizia” come una grande questione nazionale di civiltà e di democrazia, in cui vengano garantiti il principio della “imparzialità dei Giudici” e quello della “uguaglianza dei cittadini “di fronte alla legge. Certo Claudio Martelli non può operare da solo! Tutti noi, guidati da lui, dobbiamo portare avanti questa battaglia, insieme agli amici e compagni che, in tema di giustizia, si sono rivelati sensibilmente motivati e si sono ritrovavati uniti a noi, per affinità e storie, nella campagna referendaria appena conclusa.

Per quanto riguarda le “amministrative”, si può senz’altro affermare che “insieme si vince”.
Il caso di qualche “outsider” è estremo, perciò non può assurgere a modello.
Il primo turno ha evidenziato, esaminando i singoli partiti, la tenuta del PD, la costante ascesa di FdI ed il crollo del M5S; riguardo alle coalizioni si rileva il vantaggio del Centrodestra (46,2%) sul Centrosinistra e 5 Stelle (44,3%). Non va sottovalutato il “pericolo” del Centrodestra unito(la Lega, che davano per morta, ha conquistato ben 18 nuovi sindaci, nonché l’avanzata considerevole di FdI).
Serve un’alternativa valida per batterlo, non solo fondata sui “numeri”,ma sulla qualità dei progetti e delle proposte. Urgono contenuti e prospettive “di largo respiro” per il Paese, che vedano unite le forze de Centrosinistra. Non servono asfittici cartelli né squallide sommatorie, che nascono e proliferano come funghi, in prossimità degli appuntamenti elettorali. Né serve qualche deputato, assessore o consigliere in più. Occorrono idee, contenuti “nuovi” al passo con i tempi, indicazioni-chiave, il più possibile chiari e comuni, che assumano il carattere di progetto-bandiera di governo delle forze cosiddette progressiste, non per arginare la Destra, ma per riappropriarci del ruolo di punto di riferimento della gente, priva di ascolto e di rappresentanza.
Io individuo, come punto di partenza, l’area del 20%, non alleata né con la destra né con la sinistra, formatasi spontaneamente nel recente appuntamento referendario, come soggetto politico candidato ad operare “il cambiamento”. Va guardato con attenzione e coltivato.Questo 20% è stato un magrissimo risultato per il raggiungimento del quorum, ma è interessante e sviluppabile sotto l’aspetto di “motore”del riassetto politico-istituzionale del Paese. Pregevoli, infatti, il fervore della battaglia condotta, l’unitarietà di intenti, la presenza attiva nei territori, l’esposizione in prima linea di personaggi e figure, a livello nazionale e locale, in netto contrasto con i partiti di appartenenza. Ciò denota un risveglio della “coscienza civica”, che ci fa ben sperare in un futuro migliore, al di là di obsolete ideologie e di dannose consorterie.

Non mi dilungo sulla necessità di riabilitare la politica, di rigenerare lo schieramento riformista, di rinnovare le Istituzioni. Ne parlò ampiamente ed appropriatamente Claudio Martelli a conclusione dell’Assemblea dei Circoli dell’Avanti!, svoltasi a Napoli il 27 e 28 maggio scorsi. Ne ho scritto sufficientemente io sulle pagine del nostro “Avanti! Napoli” online nell’articolo “Riabilitare la politica” per rifondare la Repubblica, in perfetta sintonia con i ragionamenti di Claudio Martelli.

Qui mi sta a cuore sottolineare che noi, rispetto ai francesi, stiamo meglio, e cerco di spiegare il perché.

Sono passati 25 anni, da quando la sinistra unita francese conquistava la maggioranza nell’Assemblea Nazionale. Era l’epoca del premier socialista Lionel Jospin, della presidenza di Jacques Chirac e della “gauche plurielle”, un’alleanza di tutta la sinistra francese (dai comunisti ai verdi), che fu ribattezzata dai detrattori “gauche caviar”, perché non aveva niente di rivoluzionario. Oggi, in Francia, una nuova “gauche unita”, guidata dal vecchio e carismatico socialista Jean Luc Melenchon, ha conquistato il 35% dei seggi contro il 31% di Ensemble del presidente Macron. La sinistra di Melenchon è una sinistra radicale, turbolenta, giacobina, dirompente, il cui comune denominatore è l’opposizione a Macron, ritenuto, nella “comune vulgata”, un “tecnocrate” lontano dal popolo e solitario.

L’impennata imprevista di RN di Marie Le Pen ed il malcontento serpeggiante non solo nei settori popolari, ma anche tra gli intellettuali, impongono a Macron il “dialogo forzato” con Melenchon e, quindi, la formazione di un’ampia coalizione Ensemble+Nupes, con una forte componente critica all’interno, rappresentata da Nupes di Melenchon. Il risultato sarebbe la nascita di un soggetto, catalizzatore di riequilibrio della politica interna ed estera francese: si riavvicinerebbe l’Eliseo alla “piazza”, ma non si supererebbe la crisi della politica per assenza di rappresentanza dei partiti, perché manca un fattore fondamentale, che 25 anni fa funse da perno in Francia nel governo del Paese, ossia il partito socialista, meno rumoroso ma più operoso,meno dirompente ma più coesivo, meno “di piazza” ma più riformista.

In Italia oggi c’è “questa cellula”, vitale e pulsante: siamo noi, Amici dell’Avanti!, Nuovo PSI e PSI, siamo i Socialisti Riformisti che, insieme agli altri che compongono il 20%, a cui ho accennato, possibilmente allargato ad altri “di buona volontà”, ed interessati al bene dell’Italia.

Il naufragio del referendum, per mancato raggiungimento del quorum, e gli esiti delle “amministrative” a consultazioni concluse, non devono diventare terreno di scontri, di regolamento di conti e di nuove divisioni. L’alta percentuale di astensionismo anche nelle Amministrative (almeno al 1°turno!) ci allontana sempre più dal traguardo di invertire la rotta verso la partecipazione al voto e ci induce a riflettere sul nostro ruolo e sulla nostra capacità di penetrazione e di proselitismo tra la gente. La nostra deve essere un’operazione di recupero identitario nei principii e nei valori. A tal fine serve una mobilitazione per il ripristino del sistema elettorale proporzionale, l’unico a garantire la visibilità dell’identità di appartenenza e della comunione di storie e sensibilità affini, contro il crogiuolo imperante di “anonimato civismo”, di “crescente e velenoso trasformismo” e di “dissonanti coabitazioni”.
La nostra deve essere una posizione aperta alla dialettica costruttiva; lungimirante nel prefissarci e nel raggiungere obiettivi comuni. Dobbiamo dotarci di un’acuta capacità di analisi e di sintesi, di senso di responsabilità e di equilibrio, di prontezza nell’intercettare il “vento del cambiamento” e di prepararci a “costruire mulini a vento, anziché muri”, di propensione al dialogo con tutte le correnti laiche e religiose, politiche e culturali affini, presenti ed attive nel nostro Paese.
Francesca Frisano

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